Giovanni Boldini. Ritratto di Franca Florio

La grande tela di Giovanni Boldini, che ritrae Franca Florio simbolo della Belle Époque palermitana, sarà venduto all’incanto il prossimo 30 marzo a Roma, presso la casa d’aste Bonino. Dopo il fallimento della Società Acqua Marcia e dei suoi sei alberghi liberty, inclusa Villa Igiea l’antica dimora dei Florio; anche il dipinto che rese immortale un’icona del tempo sarà alienato con base d’asta di un milione di euro.

La baronessa Franca Jacona della Motta di San Giuliano, moglie dell’industriale Ignazio Florio, rappresentò il punto di convergenza dell’élite internazionale in Sicilia, creando tra Palermo e Taormina un luogo di scambi culturali e sociali che resero l’isola fulcro di una fiorente vita mondana; tra gli ospiti più illustri si annoveravano il kaiser tedesco Guglielmo II, la regina d’Inghilterra e lo zar Nicola II con la consorte Alexandra.

Proprietario di grandi industrie, navi commerciali e da crociera, nonché delle isole Egadi, Ignazio Florio fu supportato da Donna Franca in tutte le relazioni sociali, divenendo ben presto la donna più ammirata dell’aristocrazia italiana, adulata e definita l’Unica da Gabriele D’Annunzio che la riteneva una creatura che svela in ogni suo movimento un ritmo divino.

Come tale, la baronessa non poté esimersi dal mostrarsi in tutta la sua straordinaria fierezza, sostenuta anche dall’accurata selezione di vestiti e di gioielli. Il britannico Charles Worth fu l’unico couturier a cui si rivolse per ottenere in esclusiva capi personalizzati e di grande eleganza. I gioielli furono invece realizzati apposta per lei dai migliori orafi del mondo, da Cartier a Lalique, creazioni uniche e maestose pagate cifre esorbitanti dal marito che compensava in questo modo le sue licenziose frequentazioni, tra cui, quella con la Bella Otero, famosa ballerina alle Folies Bergères di Parigi a cui, il prodigo Ignazio Florio, non mancò di donare un leggendario gilet di smeraldi commissionato a Cartier.

Sul valore e sulla magnificenza dei gioielli di Franca Florio le cronache del tempo, narrano di confidenti che le consigliarono finanche di indossare i preziosi più modesti per non far sfigurare quelli della regina Margherita durante un loro incontro.

Tra i più noti in suo possesso c’era la famosa Collana di perle, la stessa indossata nel dipinto di Boldini nel 1901 (e indossata in occasione della visita del Kaiser nel 1896), un gioiello maestoso che contava trecentosessantacinque perle – una per ogni giorno dell’anno – di importante calibro e che valeva all’epoca oltre due milioni di lire; un ennesimo “oggetto di perdono” donatole dal marito. Come tutte le gioie di Donna Franca, delle quali non si ha ufficialmente più traccia, anche questa mirabile collana fu battuta all’asta nel 1935 a Roma dalla Banca Commerciale Italiana per far fronte ai debiti e all’imminente tracollo delle imprese.

In altri dipinti, la nobildonna, continua ad essere ritratta con alcuni altri suoi gioielli. Nell’opera di Ettore De Maria Bergler, indossa un collier de chien con fili di diamanti e terminazioni a grandi perle, tipica composizione dell’epoca, disegnata da orafi come Cartier. Nello stesso dipinto Franca Florio, di perle indossa anche dei grandi orecchini, preziosi che ad un certo punto deciderà di non usare più perché sempre D’Annunzio le fece notare che qualsiasi gioiello pendente alle sue orecchie distraeva dalla perfezione del suo viso, epicentro di bellezza.

Non mancavano nel suo portagioie smeraldi e rubini nonché diamanti di cui pare facesse sfoggio durante l’inaugurazione del Teatro Massimo avvenuta il 19 maggio del 1896, la cui brillantezza rendeva ancora più luminosa la sua immagine già resa limpida dal vestito di seta chiara che indossava.

Un altro aneddoto legato ai preziosi gioielli di Franca Florio è legato al clamoroso furto nella notte tra il 3 e il 4 novembre del 1922 a Viareggio. Dopo uno dei soliti giri turistici, durante la sua sosta presso il casinò, dalla sua stanza all’hotel Select fu rubato un sacco di fitta maglia d’oro che conteneva al suo interno un vero e proprio patrimonio, fatto di collane, diademi e bracciali d’oro e di platino incastonati di pietre; Donna Franca viaggiava sempre con tutte le sue gioie, perché amava scegliere al momento quale poter indossare.

L’inventario della polizia registrava: Una lunga fila di 180 perle grosse, con fermaglio di brillanti e rubini; una fila di 359 perle con fermaglio di brillanti; una fila di 45 perle grosse a goccia e brillanti grossi; una borsetta d’oro e platino con cifra di rubini e ciondolo; una trousse di oro con cifra in brillanti e corona reale con nodo turchino; un orologio con brillanti a nastro nero e bracciale; un bracciale d’orologio d’oro a forma quadrata; un nodo di brillanti e rubini; cinque anelli grossi con perle; un anello con rubini e brillanti; una catena lunga di brillanti divisa in tre parti; due perle a goccia, una nera e una bianca; una spilla con grosse perle e brillanti a cuore e perle a barrette; un nastro nero con brillanti a uovo e cristalli con perle rotonde; un bracciale grosso a catena di platino; un bracciale con due rubini e brillanti; un bracciale con quattro grosse perle e platino; un bracciale tutto di brillanti; un bracciale con platino e turchesi; un bracciale perle e brillanti; due bracciali con perle e ciondolo; un bracciale di brillanti; un bracciale di brillanti e perle; un bracciale di brillanti e zaffiri; sei brillanti e zaffiri; un grosso anello di brillanti montato in platino con riflessi rosa e celeste; un portasigarette in pietre grigie con angoli di brillanti; un anello di platino con tre brillanti; diverse spille con rubini e brillanti; una treccia con brillanti e rubini; una lente di platino e rubini.

L’accaduto fu oggetto di cronaca e finì in quei giorni su tutti i giornali tanto che il cognato della nobildonna, il principe di Trabia Pietro Lanza, in vacanza a Parigi scrisse: Cara Franca, leggo su tutti i giornali la strabiliante notizia. Malgrado le elezioni inglesi, il fascismo italiano, ecc., i giornali non parlano che di voi. Vi auguro con tutto il cuore che ritroverete tutto… Pare che il valore del bottino, fortunatamente ritrovato venti giorni dopo al confine bavarese, si aggirasse intorno ai cinque milioni di lire; non a caso, quel tesoro divenne uno dei primi beni alienati per liquidare i debiti delle imprese di famiglia.

La fortuna della famiglia, che aveva brillato nell’isola e non solo, si dissolse a partire dagli anni Venti con la vendita di tutto il patrimonio; i Florio, pagarono tutto quello che c’era da pagare e non fallirono, conservarono la loro dignità ma restarono in povertà. Con la loro decadenza, poté dirsi compiuta anche la radiosa parabola del liberty italiano. Donna Franca dopo essere stata una delle donne più ricche d’Europa e tra le più ricercate si trasferì dapprima Roma e poi negli ultimi anni della sua vita a Migliarino Pisano dove morì nel 1950 dimenticata dalla sua Palermo di cui ne era stata la regina.


La storia della tela è oltremodo ricca di aneddoti. Monumentale nelle dimensioni (cm 119,4 x 221) fu commissionata a Giovanni Boldini nel 1901 da Ignazio Florio, marito di Donna Franca. Il mondano artista, durante un suo soggiorno a Palermo e dopo una serie di bozzetti preparatori, ebbe modo di ritrarre la nobildonna nello stile internazionale che caratterizzava tutte le sue opere. L’opera però non dovette piacere al committente che non ne confermò l’immediato acquisto pur continuando a mostrarsene interessato. L’atteggiamento sensuale con cui si mostrava la donna, provocò le ire dell’imprenditore che entrò in rotta con l’artista a cui fu chiesto di effettuare dei cambiamenti consoni al ruolo della nobildonna. Non raggiungendo un accordo e rientrato a Parigi il 20 marzo, Boldini chiese la restituzione e l’invio presso il suo atelier del quadro. Di quei giorni sono testimonianza diversi appunti (che forse dovettero far parte di una missiva inviata ai Florio) che consentono di ricostruire in parte la vicenda. “Sarò pronto a fare tutte le modificazioni che vi aggra­deranno purché siano compatibili con la mia dignità di artista” scriveva, sostenendo con vigore inoltre, il suo ruolo di artista: “Mi dice che un lavoro deve rispondere al gusto di chi lo paga. Questa è una verità che purtroppo fa fare agli artisti più commercio che arte. Non parlo di lei (ben inteso) ma in generale il gusto di chi paga è sbagliato”.

Al centro della lunga disputa c’era però la volontà da parte del pittore di risolvere e completare il lavoro per ottenere le sue spettanze e così, quando l’opera fu di nuovo nelle sue mani pare che Boldini si impegnasse a creare ex novo un altro ritratto che più si confacesse alle richieste del committente (questa è un’ipotesi che almeno parte della critica).

Inizia a questo punto un altro giallo (ancora senza soluzione). Alla Biennale di Venezia del 1903 fu esposta un grande tela che ritraeva Franca Florio con indosso un vestito di velluto nero intagliato di cui resta solo una fotografia perché -pare- scomparve durante la seconda guerra mondiale, mentre il nostro dipinto rimase nell’atelier di Boldini superando indenne i traumi della prima guerra mondiale.

Poi dopo oltre vent’anni, la diatriba parve giungere al termine. In una lettera del 16 luglio 1924, Donna Franca Florio scrive al Maestro: “Gentilissimo Boldini, la sua lettera a Ignazio è sta­ta respinta qui ove mi trovo da una settimana e da dove ripartirò subito per Brides les Bains. Ignazio è già lontano, molto lontano (…). In sua assenza mi sono permessa di leggere la sua lettera. Molto mi af­fligge saperla inchiodata a letto. Ma di cuore augu­ro che sia presto liberato dalla noiosa tormentosa sciatica in modo da poter riprendere subito la sua magnifica attività. Lieta sapere il mio ritratto sano e salvo. E sono certa che non appena Ella sarà in gra­do di occuparsene me lo farà spedire ben condizio­nato nella mia nuova dimora a Roma (…)”. C’è da credere quindi che finalmente il quadro fu consegnato ai suoi legittimi proprietari nello stesso anno della lettera (che è poi lo stesso iscritto sulla tela) e che appartenne ai Florio fino alla fine degli anni Venti quando, a seguito del tracollo finanziario fu comprato dal famoso banchiere e mecenate Maurice de Rothschild nella cui famiglia restò fino al 1995 quando fu messo in vendita presso Christie’s New York. Dieci anni dopo, l’opera riapparve nuovamente sul mercato, questa volta presso Sotheby’s e fu acquistata dalla Società Acqua Marcia che lo espose al pubblico nell’Hotel Villa Igiea di Palermo, l’antica residenza dei Florio ed ora, il prossimo 30 marzo, Donna Flora rischierà di abbandonare definitivamente la Sicilia durante la nuova vendita all’incanto a seguito del fallimento della società proprietaria.

Il dipinto di Boldini, che rappresenta l’ultimo bagliore di quel felice momento e di quella storia che vide la Sicilia al centro del mondo è esposto ora al Complesso del Vittoriano fino al 16 luglio nell’ambito di una retrospettiva su Boldini. Per evitare che la tela possa lasciare l’isola con un nuovo proprietario è in corso un crowdfunding da parte dei palermitani per cercare di acquistare l’opera e conservare quell’ultima traccia della Belle Époque. Mancano all’asta meno di quindici giorni però e i fondi finora donati sono molto lontani dalla cifra che consentirebbe almeno di partecipare alla sessione d’acquisto.

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