The Space Between. Su Marina Abramovic l’arte della performance ed una spiritualità dubbia

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Premettendo che considero la mia, una spiritualità laica e che la mia passione per la Abramović è nata in tempi recenti, The Space Between di recente uscito nelle sale per pochi giorni mi ha lasciato molto perplesso, un po’ annoiato e con due punti chiari sui quali poter ragionare: 1) la Abramović cavalca l’onda della sua seconda notorietà, quella più nazional popolare delle code chilometriche al MoMA; 2) la spiritualità agognata a tutti i costi è un modo per sfuggire alla vita normale, una possibilità per ricchi (perché necessita di tanto tempo libero) o per chi ha deciso di vivere borderline.

Detto ciò, la sinossi del docufilm è molto semplice, è la testimonianza del viaggio fatto in Brasile (nel 2013) dall’artista alla ricerca delle locali e suggestive esperienze sensoriali e spirituali.

Con scene che si fingono in presa diretta e invece abilmente montate, con una bella regia (ma più hollywoodiana che fusa al progetto artistico), Marina, coi suoi settant’anni belli mostrati incontra entità spirituali, medici medium e mezzi sciamani naturalisti che la conducono alla scoperta della propria pulizia interiore, attraverso prove spesso anche emotivamente forti. Esattamente qui – secondo me – si può riassumere il valore della “spiritualità agognata”. La Abramović confessa, in uno stato di lagnante torpore, che la mostra in lacrime e sofferenza (interiore!) per un nuovo grande amore finito che la perseguita nei sogni (per l’altro precedente storico amore, una giovane Abramović percorse a piedi la Grande Muraglia in un’ormai storica performance). Il viaggio in Brasile nasce con la volontà di ritornare ad essere felice: “I want be happy” recita (lagnosa) tra i denti.

Come ci ha da sempre insegnato, l’artista si sottopone a dure prove (anche fisiche ed estreme) mettendosi – in questo caso – di fronte a personaggi/santoni di dubbia “divinità”, cercando di carpire i segreti della loro ascesi, anche durante incontri che aspirano alla quinta dimensione (sono già ben oltre la quarta!).

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Fondamentalmente la Abramović spesso la si vede ad occhi chiusi con l’intento di “annullare il suo dolore” (anche se a voler essere blasfemo … spesso appare più in preda ad un abbiocco!!) in seno a rituali molto eccentrici fondati su gestualità corporee accompagnate da percussioni ipnotiche. Poi subentrano inquietanti interventi chirurgici senza sangue ne dolore, cucine e ricette della felicità, massaggi e percorsi con la flora amazzonica che ricorda molto “la libera stagione dei fiori”.

Insomma, una serie di esperienze presunte trascendentali per liberarsi da fantasmi e problemi.. la cui cosa ha del lecito (chi non vorrebbe abbandonare le proprie negatività!); ma poi mi chiedo che c’è dell’ovvio in questa “fuga dalla realtà”. Ripararsi in questi rituali richiede tempo e isolamento, praticamente una motivazione per allontanarsi dal quotidiano ed evitare così automaticamente le pene seguendo ritmi lenti e atemporali. Una sorta di autoesilio dagli affanni della vita ed un’induzione alla pace: “meno ti esponi meno rischi!” è una legge naturale. Praticamente è come vincere un sfida col settanta percento di possibilità a favore: da questo ne deduco che quel tipo di spiritualità può essere un’esperienza per ricchi o per borderline.

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Secondo punto, ma che in realtà sarebbe il primo, la Abramović ha già giocato le sue carte vincenti e non è più in grado di avanzare con convinzione nel mondo della performance che di fatto si è mutato con questo docu-film in un reality a tratti veramente noioso e troppo autoreferenziale con riflessioni talmente vaghe e ordinarie da chiedersi perché mai continuare quando non c’è più l’energia e l’originalità che l’ha resa Marina Abramovic? Come per certi vecchi cantanti che sono state glorie nel passato, perché perseguire in un’attività che non si è più in grado di gestire?

Forse banalmente la risposta è racchiusa nello show business che è anche riuscito a trasformare a suon di quattrini e non molto tempo fa, una sua storica performance in uno spot virale per uno dei brand più famosi al mondo.

Dopo Artist is Present le mie aspettative erano alte, ma The Space Between è veramente uno spazio d’attesa lungo tra il prima e il?

 

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18 responses to “The Space Between. Su Marina Abramovic l’arte della performance ed una spiritualità dubbia

  • poetella

    Splendido post.
    Che ovviamente condivido in ogni sua parte

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  • tiZ

    nOn so, mi lasciò perplessa già all’epoca di The Artist is Present, il clamore intorno, tutta quella commozione l’ho trovata gonfiata, pomposa e sopravvalutata. o più probabilmente non mi riconosco nelle sue opere e quindi non riesco a farla mia…

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    • lois

      Hai perfettamente ragione Tiz, perciò il tutto mi lascia perplesso … è anche l’arte (o presunta tale – ma qui potremo aprire un capitolo immenso che forse è meglio fare davanti ad un bicchiere di vino) entrata in un meccanismo di showbusiness poco comprensibile, aprendosi clamorosamente al mondo tutto.

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      • tiZ

        e qui c’è una trovata “geniale” , come la folla che guarda “I vestiti nuovi dell’imperatore” che in realtà non esistono e una voce si alza dall’alto…. è fantozzi 😉

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      • lois

        Hai centrato in pieno… ma l’autorità costruità per e da questi personaggi metterà in serie difficoltà chi vorrà mostrarli nudi. Tanto ci sarà sempre il “pensatore” di turno che parlerà di aura troppo alta per essere compresa dai molti.

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  • tramedipensieri

    Iniziano con lo stupire e poi…si perdono dietro il vil denaro convinti che la scia del successo sia sufficiente a far apprezzare tutto ciò che fanno…
    Il pubblico é sensibile e soprattutto preparato.

    Bel post, Lois 😊

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  • wandernart

    Bella recensione. Non sono andata al cinema, proprio per i motivi che hai elencato. Ho preso parte alla performance “The Abramovic Method” pensando esattamente le stesse cose e facendo le stesse riflessioni. Avercela di fronte ti fa capire perché ha ancora così tanto successo (a differenza di suoi coetanei che continuano a riproporre opere leggermente diverse da quelle che li hanno resi famosi, è decisamente carismatica e ti attrae, quasi seducendoti. Una settantenne.) Tuttavia concordo con te. Non credo ci abbandonerà presto per dedicarsi a un percorso personale di elaborazione dei suoi dolori.

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    • lois

      Bello che tu abbia partecipato alla performance dal vivo; ma dove l’hai vista? Non ho conosciuto nessun amante dell’arte che lo abbia fatto.

      Sicuramente lei l’allure la possiede, ed ha un grande potere mediatico; ma poi credo anche che si sia strumentalizzato tanto il suo carisma fino a “preparare emotivamente” il neo-pubblico che fino a qualche anno fa non conosceva affatto la Abramovic ne le performance.
      Lei è stata brava a costruire negli ultimi due decenni un personaggio solido carico di aspettative..fino a descrivere come dovrà essere il suo funerale. Così da costruire un mito già in vita.

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      • wandernart

        Ha fatto “The Abramovic Method” a Milano, al PAC, nel 2012. Ricordo che con vari escamotage un’amica era riuscita a prenotare proprio quando c’era presente lei. Una figura magnetica, però appunto la performance in sé molto deludente. Mi ricordo di aver pensato: “Sembra quello che faccio prima di dormire, a casa. Perché è una performance?”
        Bisognerebbe capire se questo tipo di esperienze hanno presa su un neofita. Senza dubbio, oltre a strumentalizzare la sua personalità, sta cavalcando tutto quello che va molto di moda ora, quest’attenzione spasmodica per la spiritualità tornata alla ribalta. Non so se tu l’abbia vista a New York, ma anche lì forse bisognerebbe capire quanto è stato davvero come nel film e quanto come quello che abbiamo sperimentato noi. D’altra parte, penso che siano tutte figure che hanno deciso di passare alla storia da vivi e finché c’è vita – e questo mi fa un po’ paura.

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      • lois

        Io non l’ho mai incontrata dal vivo, ho visto però il film che ha per soggetto la performance del MoMA. Ovviamente nel documentario ci hanno mostrato quanto volevano mostrarci, dopotutto non credo però che ci siano stati personaggi completamente fuori dal mondo dell’arte. Nel senso che immagino che chiunque abbia fatto quelle file enormi, abbia avuto almeno un minimo di informazione rispetto all’artista e a quello che stavano facendo. Non mi meraviglierei se tra alcuni ci fossero stati anche personaggi ingaggiati ad hoc (come per quanto bella, credo abilmente strutturata la scena dell’incontro con Ulai) per sollecitare quelle reazioni. Io per quanto affascinato, resto sui miei passi, scettico e perplesso. Ma ciononostante la storia dell’artista mi ha interessato molto. Ma forse è già questa la sua vittoria, aver suscitato nelle persone più attenti un pensiero critico, qualcuno in grado di riflettere (favorevolmente o meno) sul suo mondo e sulla sua sfera emotiva.

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      • wandernart

        Mi trovi d’accordo su questo pensiero. Delle riflessioni simili me le scatena Gina Pane (e ogni tanto mi chiedo come sarebbe ora, se fosse ancora in vita). Non so, nel momento in cui l’opera di Marina Abramovic si è distaccata dalle vicende storiche forse ha perso quel quid che ti faceva riflettere davvero sul resto e non solo su te stesso (però è una sensazione personale e sempre discutibile). Sai che è sempre un piacere condividere queste idee con te. 🙂

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      • lois

        È evidente che almeno in questo Abramovic ha stimolato molto il nostro senso critico (in realtà di fronte ai fatti d’arte ci ritroviamo quasi sempre a discuterne (soli, ma già due è un buon numero per rinnovarsi!)

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  • germogliare

    Premesso che tu sei un ottimo osservatore. Condivido pienamente il tuo pensiero (anche questa volta). L’artista si è venduta al business. Non mi piace più e la seguo distrattamente da anni. Lontana anni luce dal commerciale come la intendeva Andy Warhol o vivere sulla propria pelle l’arte come ai tempi in cui si faceva “carne da macello”, conettualmente e fisicamente. Ora vive di luce propria, neanche fosse una vecchia diva americana. Rifatta, come solo le donne ricche di soldi ma senza spirito, sanno rovinare il proprio volto. E questo suo apparire apparire apparire, è in pieno contrasto con quella che è stata la sua storia nel mondo dell’arte. (Avevo un pelo sullo stomaco ☺). Stammibene

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    • lois

      Ciao Adina, è proprio questo che ha distratto molto il suo interesse rispetto alla sua attività. È proprio ora una “gran diva” che vive di luce riflessa e presunte doti aliene…
      È forse la paura dell’oblio o solamente una deviazione del suo superego che ha smesso di connettersi a quella che era “la sua carne da macello”… de gustibus

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