Il dramma effimero e le terminate stagioni

©Magnus Wennman: Where the children sleep. World Press Photo

©Magnus Wennman: Where the children sleep. World Press Photo

Alla fine dell’estate, comunque la si abbia trascorsa, resta sempre un senso di malinconia. Se poi si è avuta la forza (o la scelleratezza) di leggere i giornali e tenersi informati, tutto viene condito dall’amarezza che non può lasciare indifferenti.

Al di fuori delle nostre case lungo l’ampio orizzonte di questo pianeta globalizzato nulla è cambiato rispetto agli ultimi tempi. Tutt’altro. Le crisi si sono acutizzate e le guerre non fanno più neppure notizia.

“Niente di nuovo sul fronte occidentale” verrebbe da citare, pensando all’assuefazione che ci ha travolto, perché quello che scoraggia maggiormente è la comunicazione di questi drammi diffusi, vissuti tempestivamente restando attaccati ai nostri efficienti smartphone. Immagini lancinanti e titoli sempre declinati verso la catastrofe che ancor più tristemente durano lo spazio di poche ore. Dopo un bambino stravolto ne arriva un altro e poi un altro ancora senza tregua, preannunciati dal take away dei media come icona di questo o di quell’altro dramma. Ma poi, passata la buriana di un’informazione martellante e pruriginosa, quanti di noi si ricordano dell’esistenza della guerra in Siria o della tragedia dei più fragili?

Dopo aver “messo un like”(!) alla foto del terrore o un commento spesso banale condito da “faccine tristi”(!), che cosa ne resta? Della storia di Aylan, il bimbo morto annegato dell’altra foto “Icona” che cosa ne è stato? E delle migliaia di profughi che pur di scampare all’inferno in terra si spingono in traversate senza fine e senza esito certo?

Senza sciorinare tutte le altre tragedie in corso e senza nulla voler togliere alle narcisiste e documentatissime vite degli internauti che si battono anch’essi a suon di like, mi chiedo: Chi veramente sta seguendo lo stravolgimento in corso? Chi ne ha compreso la potenza senza alzare le spalle?

Senza volermi assurgere a Savonarola di turno (anche io coltivo “il mio prezioso giardino” fatto della bellezza delle piccole cose) mi sento di dire che abbiamo disumanizzato la vita, in barba ad ogni legge etica e morale.

Ci sono nella micro-società (per nostra fortuna) tanti episodi di buona e sentita solidarietà in favore dei più umili, e questo mi rincuora; ma poi volgi lo sguardo verso il mondo e scopri che la devastazione è sopraggiunta con tutta la sua ingombrante grandezza.

Questo accade nel mondo globalizzato che pare stia arretrando nuovamente nelle lotte di classe e geografiche oltre che sconfinando in un tunnel senza fondo, dove, come sempre ci insegna la storia, a pagare sono sempre gli stessi.

Il peggio non è passato e ci stiamo sguazzando dentro senza rifletterci, senza predisporci di nuovo verso la bellezza. E questo accade in ogni circostanza, a partire dalle piccole (civili) cose anche in Europa, dove i valori comuni stanno dissolvendosi l’un l’altro lasciando in terra rovine fumanti (non solo in senso metaforico) dalle quali i grandi vogliono allontanarci raccontando di luoghi e progetti mirabili che non trovano riscontro nella realtà.

Proprio come l’estate, le stagioni per la costruzione paiono al termine. Per decenni si è smesso di operare per la conservazione del buono, presi come eravamo dal futile benessere. Oggi come mai, occorrerebbe veramente mettere in discussione la piccolezza che siamo diventati rispetto alle cause più grandi del mondo. Ma forse non lo abbiamo ancora compreso, presi dal vortice dei nostri giorni. Si auspicano progetti, si muovono idee e poi a conti fatti chi li mette in opera sono sempre i soliti nomi, le solite onlus, che si muovono a suon di operatori e delle loro stesse vite. Tutti gli altri, i grandi, si incontrano, discutono, si appellano al buonsenso, tenendo ben d’occhio le relazioni economiche, gli interessi privati e gli affari, senza mai veramente ostacolare l’arroganza e le ingiustizie, che ufficiosamente sono autorizzate a procedere.

* * *

Oggi leggevo una bella intervista su La Repubblica di Renata Colorni (figlia di Eugenio uno degli autori del manifesto di Ventotene “per l’Europa libera e unita”, scritto tra il 1941 e il ‘44), che ovviamente si soffermava ad un ambito molto meno grande del mondo. E parlando dell’Europa e di tutto quello che non si è fatto, mostrava la sua amarezza sul progetto del bene comune: “L’Europa oggi è monca, interrotta; un disegno abortito, come può appassionare?”

Ecco! Come ci si può appassionare a qualcosa che non ha più radici, che ha modificato il suo assetto, che ha mostrato il suo volto più cinico e disinteressato sui valori?

Forse ciascuno di noi, resterà coi proprio mostri da combattere, con l’effimero drammatico che passa velocemente lasciandoci alle nostre giornate, mentre le stagioni continueranno a terminare in un batter d’occhio, mentre intorno le fiamme alte ci hanno quasi tolto del tutto anche l’ossigeno.

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