Caravaggio è di scena a Tolosa

giuditta tolosa 1

Non si è ancora spenta l’eco per la ritrovata Maddalena che di nuovo Caravaggio si ritrova al centro delle cronache. Questa volta la storia ha inizio in Francia, a Tolosa.

Nel 2014, nel bel mezzo dei lavori di ristrutturazione a seguito di perdite d’acqua, una preziosa tela è stata ritrovata alle spalle di un armadio (o in un sottotetto come altri articoli citano). Della scoperta però si è taciuto fino a qualche giorno fa, quando è arrivata agli onori della stampa.

Possiamo immaginare quale possa essere stato lo stupore dei proprietari, ancor prima di conoscerne l’autore. Un dipinto di importanti dimensioni (cm 144×173,5) raffigurante il tema di  Giuditta che decapita Oloferne.

L’iconografia del dipinto nasce dal Libro di Giuditta, una storia contenuta all’interno della Bibbia.

L’episodio che vede protagonista l’eroina ritratta in tanti splendidi dipinti, si svolge in una città israelita della Giudea nel VI secolo a.C. ai tempi del regno di Nabucodonosor, di cui Oloferne era un generale e a cui fu affidata la campagna di guerra. Narra la storia che dopo molti giorni di assedio con una città allo stremo, i governanti avevano deciso di arrendersi e aprire le porte al nemico. A quel punto della storia, a difesa della sua comunità, Giuditta, una ricca vedova, avocando a se la protezione di Dio, si presentò al nemico sotto mentite spoglie di traditrice del suo popolo. Con la sua avvenenza e le sue virtù affascinò il generale (che già pregustava la sconfitta di Gerusalemme) che la accolse nella dimora dove Giuditta operò la vendetta e riscattò gli israeliti.

“Fermatasi presso il divano di lui, disse in cuor suo: «Signore, Dio d’ogni potenza, guarda propizio in quest’ora all’opera delle mie mani per l’esaltazione di Gerusalemme. È venuto il momento di pensare alla tua eredità e di far riuscire il mio piano per la rovina dei nemici che sono insorti contro di noi». Avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, ne staccò la scimitarra di lui; poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: «Dammi forza, Signore Dio d’Israele, in questo momento». E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa”. (Giuditta 13, 4-8)

Lasciando da parte l’efferato delitto, ritorniamo a Tolosa.

Il primo scatto rubato del dipinto è apparso l’11 aprile su Le Figaro che ha anticipato di un solo giorno la presentazione dell’opera da parte dell’esperto di opere antiche dei grandi maestri, Éric Turquin (contattato dai neoproprietari del dipinto), che si è detto certo dell’attribuzione caravaggesca: «La France ne peut se permettre de laisser sortir un Caravage» ha dichiarato Arnauld Brejon, conservatore del patrimonio nazionale, sottolineando così il valore aggiunto di un’opera che si aggirerebbe sui 120mln di euro (dallo stato francese è stato disposto già il diritto di prelazione con l’inamovibilità della tela per i prossimi 30 mesi). Ovviamente, prima di ogni lettura e approvazione unanime del nome, come al solito, è stata messa da parte la bellezza della tela per far fronte alla nuova eclatante scoperta ed al suo controvalore economico.

Il presunto Caravaggio si troverebbe in Francia dal 1615 (e sopraggiunta in casa dei fortunati proprietari forse attraverso un soldato napoleonico… ma qui si sfiora la fantasia), e questa data sarebbe avvalorata da un’importante testimonianza storica.

Innanzitutto, l’opera potrebbe corrispondere a quella che l’artista avrebbe dipinto a Napoli (vedi note in fondo) (nel suo primo soggiorno) come seconda versione di un soggetto che aveva già prodotto nel 1600 circa (Galleria Nazionale di Palazzo Barberini a Roma).

Giuditta roma

La Giuditta romana

Caravaggio, lo si ricorderà ebbe vita breve ed abbastanza irrequieta, infatti, il suo primo arrivo a Napoli nel 1606 era consecutivo alla condanna alla pena capitale sopraggiunta per l’omicidio di un suo rivale. Da quel momento si attestano viaggi e permanenze, testimoniati anche dalla presenza di importanti dipinti che hanno scritto la storia del cambiamento artistico del primo Seicento.

Nel 1610, mentre Caravaggio era di nuovo a Napoli, arrivò la sospirata grazia da papa Paolo V, alias Scipione Borghese (grande ammiratore del maestro lombardo e suo avido collezionista) – già fortemente caldeggiata dalla marchesa Costanza Colonna, sua protettrice napoletana. Caravaggio, impaziente, di rientrare a Roma, lasciò immediatamente palazzo Colonna di via Chiaia e partì alla volta di quell’ultimo misterioso viaggio dove troverà la morte sulle spiagge di Porto Ercole alla fine del luglio 1610.

“Nella lettera dell’Ill(ustrissi)mo Lanfranco dì 24 del corrente, nego quanto/ era stato riferito a V. S. Ill.ma circa il pittor Caravaggi(o): il che/ essendo a me molto novo, cercai subito di haverne informatione,/ e ritrovo che il povero Caravaggio non morto in Procida, ma/a port’hercole, perché essendo capitato con la felluca in q(u)ale andava:/ à palo, ivi da q(u)el Capitano fu carcerato, e la felluca in q(u)el romore/ tiratasi in alto mare se ne ritornò a Napoli, il Caravaggio/ restato in prigione, si liberò con un’sborso grosso di denari, e per la terra/ e forse à piedi si ridusse sino à porthoercole, ove ammalatosi ha/lasciato la vita […]”. (A.S.V. Nunziatura di Napoli 20/A – Lettera n.1, Napoli li 29 luglio/1610)

Nella foga di partire, nella città partenopea, il nostro artista aveva lasciato due opere che aveva affidato alla custodia di due suoi colleghi: Louis Finson e Abraham Vinck. Trattavasi di quelle stesse opere che un altro pittore, il fiammingo Frans Pourbus il Giovane, aveva visto in loco, il 25 settembre del 1607, quando comunicò al Duca di Mantova (in cerca di nuove opere per la sua personale collezione) «ho visto qui doi quadri belliss[i]mi di mano de M[ichel] Angelo da Caravaggio: l’uno è d’un rosario et era fatto per un’ancona et è grande da 18 palmi et non vogliono manco di 400 ducati; l’altro è un quadro mezzano da camera di mezze figure et è un Oliferno con Giudita, et non lo dariano a manco di 300 ducati. Non ho voluto fare alcuna proferta non sapendo l’intentione di V[ostra] A[ltezza], me hanno però promesso di non darli via sin tanto che saranno avvisati del piacere di V[ostra] A[ltezza]».

Appena tre anni dopo la morte del Merisi, nel 1613, Finson e Vinck, rientrarono in Olanda, portandosi dietro i due dipinti del Merisi. Nel 1617, quando Finson morì, lasciò tutti i suoi averi a Vinck, che vendette la pala del Rosario agli Asburgo, mentre, la nostra Giuditta sarà per l’ultima volta menzionata nel testamento del defunto datato Amsterdam, 19 settembre 1617, dove, infatti, vi si legge che il suo socio Vinck aveva ereditato la metà dei quadri di cui detenevano la comproprietà, inclusi: “twee stucken schildereyen beyde van Michael Angel Cravats, d’een wesede een Rosarius en d’andere Judith en Olopharnis..”.

Il Caravaggio "ritrovato"

Il dipinto scoperto a Tolosa

Da quel momento del quadro mezzano da camera di mezze figure si persero le tracce. Ne restarono queste testimonianze e una copia eseguita dallo stesso Louis Finson che aveva ricevuto in consegna l’originale caravaggesco (il dipinto riconosciuto negli anni Ottanta è oggi nella collezione Intesa-San Paolo di Palazzo Zevallos a Napoli). Una tela, quella del fiammingo, che da sola ha rappresentato l’icona di quel tassello mancante nella produzione caravaggesca.

La Giuditta di Finson

C’è un altro aneddoto importante però, a cui si è fatto cenno in questi in giorni e che apre nuovi e più suggestivi scenari. Un maître de conférences della Sorbonne, ha trovato negli archivi municipali di Tolosa, il verbale di una lotteria itinerante per la vendita di quadri che si tenne proprio nella città francese nel 1615, tenuta (guarda caso) da Louis Finson e Pierre de Brun, altro mercante d’arte. Furono venduti diversi dipinti e nella lista dei lotti, al numero 126, c’è descritto un: David et Goliat sur toille de Michel Ange de Carvage del valore di 300 libbre! Un’opera si del pittore italiano – ma attenzione – con altro titolo! Secondo gli studiosi francesi coinvolti, questo potrebbe significare due cose; la prima è che Finson partì dall’Italia con diverse opere del Caravaggio (non solo il Rosario e la Giuditta) e la seconda è che un’altra tela autografa potrebbe esserci in quel di Tolosa… ma questo probabilmente, sarà argomentato nella prossima scoperta. Pare sia già partita la nuova caccia al tesoro!

In attesa di nuovi scoop, riprendiamo la storia, complicata ed affascinante, della nostra eroina.

Le tracce di un’attribuzione certa, che lascerebbero ben sperare gli esperti sono diverse. In primis ci sono i rilevamenti fatti con la prima campagna fotografica a raggi infrarossi commissionata dall’esperto Turquin che sostiene a spada tratta l’originalità della tela. Dallo studio, infatti, emergerebbero alcuni significativi particolari come il vigore dei colpi di colore sulla tela; la rapidità con cui sono state realizzate le figure e la presenza di alcuni ripensamenti (il che dimostrerebbe che non si tratti di copia). Non solo, la veste nera dell’eroina lascerebbe ben pensare ad una adesione completa al testo della Bibbia che descrive Giuditta come vedova e dunque abbigliata di scuro: una scelta che avrebbe fatto il Merisi per restare in quel suo naturalismo che rivoluzionò l’arte (motivazione assai precaria, perché l’artista non è mai stato così pedissequo alle regole, tanto che molte delle sue opere furono respinte per quella loro originale e alterata visione dei fatti). Il volto della serva, infine, deforme col suo gozzo è similare ad un analogo personaggio nella coeva Crocifissione di Sant’Andrea conservata a Cleveland; e su quest’ultima ipotesi molti critici sono unanimi.

Dettaglio della tela di Cleveland

Dettaglio della tela di Cleveland

D’altro canto però, con onestà è stato segnalato che, le fotografie non hanno rilevato i ben noti segni di incisione che Caravaggio lasciava sulla preparazione della tela con il manico dei pennelli, per abbozzare le proporzioni e le linee principali della composizione (questo procedimento sopperiva quell’assenza totale di disegno che caratterizza tutta la sua produzione), che sono invece ben evidenti in molteplici suoi dipinti.
Il mondo della critica – inutile dirlo – si è subito spaccato nettamene. Da un lato, i fervidi sostenitori come l’esperto Éric Turquin e il napoletano Nicola Spinosa, tra i primi ad analizzare il dipinto già nel 2014, secondo cui: “nei volti c’è una grande tensione drammatica che solo Caravaggio sa rendere e che è particolare di un periodo della sua vita. Quello della fuga” (Corriere del Mezzogiorno – 16 aprile 2016). Una sensazione accolta favorevolmente anche da Keith Christiansen, già curatore del Metropolitan Museum ed esperto di Caravaggio.

La Giuditta ritrovata “è una sorta di virile e decisa vedova napoletana, ricorda infatti i tipi della Vergine e della popolana nelle Sette Opere di Misericordia e della Madonna nella Natività di Palermo” come già sosteneva Pier Leone De Castris nel 1984, considerando la copia da poco riconosciuta di Finson. Il restauratore Bruno Arciprete (che ha già lavorato su opere autografe del pittore) si è espresso favorevolmente, calcolando una certezza di attribuzione al 90%, riservandosi un lieve margine di errore per confermarne integralmente l’originalità (così come riportato da Le Quotidien de l’Art, n.1042 del 12 aprile 2016).

giuditta gozzo

ritratto della Giuditta di Tolosa

Tra le voci contrarie, quella di Mina Gregori, decana degli esperti del pittore lombardo, e già convinta sostenitrice della Maddalena recentemente ritrovata, la quale però sostiene che: “Vera o falsa si deve convenire che si è di fronte ad una delle più belle opere di quest’epoca (il Seicento) venuta alla luce negli ultimi trent’anni”.

Per negare l’attribuzione, qualcuno ha poi fatto riferimento alla luce di questa nuova tela, molto più scenica e meno naturale e violenta, tipica di quasi tutta la produzione caravaggesca. Una luce, questa di Tolosa, che illumina i personaggi che diventano attori di un interno barocco. Una Giuditta – continuano – che, abbandonando le vesti da cortigiana e l’orgoglio del proprio ruolo, espresso nella violenza di quella fermezza eroica della versione di palazzo Barberini, assume qui, il ruolo di una vedova in posa col suo avversario che si esprime in una strutturata smorfia di dolore caricaturale.

Oloferne nelle due versioni

Oloferne nelle due versioni

* * *

Insomma, l’evento che si è presentato in questa primavera è di importante caratura. Necessiterà certamente di tutti i dovuti accertamenti e dovrà coinvolgere molti studiosi al fine di ottenere un riconoscimento unanime.

Ancora una volta il grande Caravaggio si ritrova sotto i riflettori, allo stesso modo in cui, negli ultimi anni lo è già stato per tutta una serie di scoperte, novità e catastrofiche attribuzioni! Evidentemente, come ha scritto qualche tempo fa lo storico Tomaso Montanari, La madre dei Caravaggio è sempre incinta!
Ormai il nome dell’artista rappresenta ben oltre il valore di un Maestro di tutti i tempi. È stato trasformato in un brand vincente, con i numeri tutti in salita come dimostra l’immediata cifra di 120mln di euro subito assegnata alla tela contemporaneamente alla sua prima presentazione in pubblico (ma poi, un valore quantificato in questi termini con quali parametri si attribuisce?… ma questa è un’altra storia…).

Anche la Giuditta di Tolosa ne attraverserà ancora di tempeste. Tra critici e studiosi che si affanneranno a sposare questa o quell’altra causa, tutti autorizzati a trarre le proprie considerazioni, spesso, senza neppure osservare l’opera da vicino.

A conti fatti, leggendo le testimonianze si potrebbe tendere verso una possibile autografia dell’opera, ma poi quello che farà la differenza nella scelta dell’attribuzione è sempre l’occhio come ci hanno insegnato i grandi storici dell’arte; è sufficiente ricordare che Federico Zeri fu battezzato The Occhio per quella sua capacità di fine conoscitore. Purtroppo però, in questo momento storico è il mercato che detta le condizioni e l’aspetto commerciale – e c’è da scommettere – prevarrà sopra ogni altra ragione.

Resta di fatto (e qui sono d’accordo con Mina Gregori) che la nuova Giuditta di Tolosa, a prescindere dal riconoscimento del legittimo autore, rappresenta certamente una significativa testimonianza del Seicento, forse tra le più belle scoperte degli ultimi decenni.


  • […] mentre va considerata anche la figura di Oloferne-Satana nel dipinto del Banco di Napoli, presumibilmente copie da una replica delle stesso tema eseguita dal Caravaggio nel 1607 […]Maurizio Calvesi. Le Realtà del Caravaggio. Torino 1990 – p.100
    […] Non è dubbio che ciò provi la sostanziale contemporaneità della nuova Giuditta con il Sant’Andrea (di Cleveland) e fissa un punto che si traduce da sé, e per entrambe le opere, in una data non dissimile dai mesi aprile-giugno 1607. È opportuno aggiungere, altresì, che il motivo introdotto dalla figura di vecchia col «gozzo» notata nella Giuditta dovette fare epoca a Napoli e nel giro dei fiamminghi lì coinvolti […] Ferdinando Bologna. L’incredulità del Caravaggio, Torino 1992 – p.335
    […] Analogamente, la Negazione di San Pietro si inserisce nell’attività privata del 1607 e, come la Salomé londinese e l’originale della Giuditta decapita Oloferne, è una risultante della matrice della pala della Misericordia (pagata 400 ducati, come attestato nella documentazione dell’Antico Banco della Pietà di Napoli, registrata in data 9 gennaio 2007) […] Maurizio Marini. Caravaggio «pictor praestantissimus», Roma 1987 – p.74
    […] Per come è possibile intendere da una copia, è infatti evidente che il dipinto viene ad occupare una posizione più avanzata rispetto alle Opere di Misericordia e al David di Vienna, mentre include l’originalissima vecchia col ‘gozzo’ che, nella sua schietta estrazione da un modello vivente (tipico delle zone depresse del sud […]), richiama a prima vista il passo analogo che compare nella Crocifissione di Sant’Andrea […] e fissa un punto che si traduce da sé, e per entrambe le opere, in una data non dissimile dai mesi aprle-giugno 1607 […] a cura di Nicola Spinosa. Caravaggio l’ultimo tempo 1606-1610, Napoli 2004 – p.166
    […] Nel caso della donna col gozzo, non v’è luogo a contendere, perché, data per buona la derivazione della copia del Banco di Napoli dalla Giuditta che il Pourbous aveva visto a Napoli nel settembre del 1607, il fatto ulteriore che lo stesso Pourbous dicesse che tale Giuditta era stata «fatta qui», accerta che il Caravaggio l’aveva dipinta prima del giugno di quell’anno […] Ferdinando Bologna. Caravaggio l’ultimo tempo 1606-1610, a cura di Nicola Spinosa. Napoli 2004 – p.26
    Sulla possibilità che il dipinto non sia stato redatto a Napoli, ma a Roma e poi condotto dal Caravaggio a Napoli dopo la fuga da Roma, vi è un’ipotesi di Nicola Spinosa, come riportato da Le Quotidien de l’Art (12 aprile 2016), che metterebbe in dubbio tutte le precedenti ipotesi citate, nonché la difficoltà di comprendere l’uso della tela napoletana per la Giuditta. Ma come ha lo stesso storico napoletano sottolineato, quel tipo di supporto è stato utilizzato più volte dal Merisi anche per opere (come la Madonna dei Pellegrini e La Morte della Vergine) di cui è confermata la realizzazione a Roma.

 

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