ResistiAmo. Luce, arte e passione nella Sanità

photo courtesy © Sergio Siano

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La luce nella Sanità è rimasta accesa e la bellezza è accresciuta. Il Fazzoletto di Perle ha compiuto la sua missione coadiuvata dalla passione, dalla bravura e dall’umiltà degli artisti che hanno creduto ciecamente nel progetto di Giuseppina Ottieri presidente ed anima dell’Associazione. È stata un’attività tutta autofinanziata che raccoglie il piacere degli abitanti di un quartiere difficile che attende il riscatto di una quotidianità normale.

Tre gli interventi realizzati, due monumentali ed uno di grande pregio artistico. Tre gli artisti coinvolti. Tutti di calibro internazionale: Tommaso Ottieri, che ha donato una sua grande tela raffigurante la Sanità come vibrante ritratto del quartiere, fulcro dell’attività di questi giorni; Tono Cruz, spagnolo delle Canarie, autore del murale Luce (qui) e l’argentino Francisco Bosoletti, autore del murale conclusivo del progetto.

ResisTiamo è un messaggio d’amore e di bellezza. Di fiducia e di speranza. Di umanità e di resistenza. È un intervento murale di grande spessore e dalla duplice importanza. In primis perché racconta l’amore, l’amore per un progetto destinato alla collettività e poi narra della passione per l’arte, quella pura, nata per il solo piacere della bellezza. Non solo, grazie alla disponibilità di Padre Antonio Loffredo e dell’autorizzazione della soprintendenza, l’opera, realizzata da Francisco Bosoletti inaugurata appena pochi giorni fa è stata realizzata sulla parete laterale della basilica di Santa Maria della Sanità. Caso probabilmente unico dell’attualità; un’opera d’arte contemporanea, realizzata direttamente sulla parete di una chiesa barocca. Per facilità di metodo si è parlato di street art, ma quella di Bosoletti è arte rapportata alla monumentalità e non è un caso se si cita nel contesto anche un capolavoro eterno del Rinascimento.

Ma ricominciamo daccapo.

Appuntamento in piazza Bellini. C’è Francisco Bosoletti che mi aspetta per una birra. L’ho conosciuto l’anno scorso, ai tempi di Parthenope, ma solo virtualmente; ci siamo scambiati delle email e qualche domanda, poi l’ho inseguito. La sua arte è avvolgente ed è particolarmente interessante. Non è street art, ma di quella ne assorbe le dimensioni. Francisco è argentino ed ha quel modo di parlare biascicante tipico dell’America Latina. Ma l’italiano lo parla bene, è un estimatore del nostro Paese e soprattutto è un napoletano doc acquisito. È innamorato di questo nostro centro storico con quella sua capacità di avvolgerti ed è innamorato delle persone, quelle più umili che lo hanno accolto con grande affetto nei giorni della Sanità, facendo a gara per ospitarlo ed offrirgli un pasto. In quest’adozione e condivisione, c’è tutta la buona riuscita del progetto del Fazzoletto di Perle.

Mi ha condotto a Francisco, Giuseppina, che per me è stata come Virgilio con Dante. Mi ha illustrato il percorso della sua attività e mi ha poi aperto a quel mondo dell’arte verso il quale mi stavo dirigendo.

Francisco è cordiale e tra un sorso di birra e l’altro mi racconta della sua passione. “Io faccio arte perché è la mia vita e non mi riconosco in alcun sistema. Non sono un muralista, non seguo la street art, sono uno che senza fare arte non sa stare”. E a vederlo lavorare dal vivo, su quella parete bianca ci credo, senza ombra di dubbio. Dopo che il suo bozzetto si è definito (in trasferta, mentre era lontano da Napoli, a Cancun impegnato in un altro lavoro), Francisco, armato di un pennello intriso di vernice chiara, collocato in cima ad una lunga asta, traccia sul muro le linee principali del disegno. E lo fa, aiutandosi per le altezze, in cima ad un carrello elevatore che un aiutante regola per lui di volta in volta.

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Sceso dal carrello, l’artista si allontana e strizza gli occhi per verificarne le proporzioni e dopo qualche ora sorride. È soddisfatto.

Ora tocca al colore. Lavora per blocchi ed oltre ai pennelli larghi, l’altro strumento che usa sono le mani, con le quali sfuma e striscia sulle tinte ancora fresche per creare le ombre e quei passaggi graduali che rendono vive le sue figure.

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Ma che cosa rappresentano le due figure ritratte sul muro della chiesa?

Adesso è Giuseppina che interviene e mi racconta che quei due personaggi sono l’emblema dell’amore e della speranza. “Tutto nasce da una storia vera. Quella di due ragazzi che sfidano con il loro affetto e la loro amicizia la difficoltà della malattia”. Quale migliore storia da raccontare in quel territorio ferito che si batte con i denti per rinascere?

Francisco la fa propria e la fonde in un abbraccio che ora si staglia in lontananza ed è visibile a chiunque si rechi verso la piazza. Non solo, i più curiosi, con un po’ di difficoltà la potranno ammirare anche dall’alto, dal ponte della Sanità che sovrasta la cupola della chiesa.

Le due figure sono ammantate da un colore rosso, quasi pompeiano, così a voler rafforzare quell’abbraccio con la città. È qui che mi torna in mente Michelangelo. Quella superficie che racchiude i due corpi è una citazione testuale del famoso brano della Creazione della Sistina. Il panno che li avvolge evoca quello dipinto dal Maestro fiorentino e come lui, anche Francisco ha dipinto in un luogo sacro, ma rappresentando laicamente la storia di un amore che esprime tutta la sua purezza e la sua energia.

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Francisco Bosoletti

ResisTiamo è diventato subito un’icona del luogo, ed insieme a Luce, che gli strizza l’occhio dal palazzo di fronte, ha illuminato un luogo speciale, sovraccarico di storia e di storie. Un pezzo del “ventre di Napoli” che ritorna alla ribalta almeno per ora, per un evento positivo, un risultato importante per rafforzare quel sentimento di aggregazione ed appartenenza che ha assorbito lo stesso Bosoletti, adottato dal quartiere.

È piacevole conversare in questo pomeriggio di primavera accanto alle mura greche. È rincuorante trovarsi di fronte a due persone che vivono di passione e che ne fanno di essa uno strumento forte da condividere. È forse questo un altro segno di quell’arte “che salverà il mondo”? Credo proprio di sì.

* * *

Le birre sono terminate ed è ora di andare.

Accompagno Francisco in albergo. Gli offro un passaggio con lo scooter che lui accetta volentieri. È ormai un napoletano a tutti gli effetti e nel traffico impazzito del tardo pomeriggio mi dice: “ma senza motorini, come potreste mai vivere a Napoli!”.

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