Napoli come New York

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Il 1 aprile 1980 al City Hall uno dei club underground più esclusivi di Napoli fu scritta una delle pagine più memorabili della cultura internazionale. Andy Warhol e Joseph Beuys furono i protagonisti assoluti di una celebre festa organizzata per loro dal gallerista Lucio Amelio, un uomo speciale che rese la città terreno fertile e luogo fondamentale di incontri artistici e culturali che la collocarono al centro delle attenzioni di tutto il mondo.

Due culture artistiche che si incontravano – rappresentate da due giganti – quella americana e quella tedesca. La libertà assoluta e la massificazione di Warhol vs la riflessione dell’arte nella società e tra gli individui legati da un’atavica appartenenza all’arte di Beuys.

Serata mondanissima rimasta nella storia della città (che seguì la affollata conferenza di presentazione della mostra alla Modern Art Agency di piazza dei Martiri, della quale scrive Warhol, c’erano 400 persone, cui ne seguirono circa 3000, 4000 per l’inaugurazione dalla quale a fatica scivolammo via).

Napoli come New York, con un bagno di folla e scambi tra il jet set ed il mondo dello spettacolo (arrivarono personaggi da tutto il mondo, dallo stilista Egon Furstenberg all’erede Rothschild), tra happening creativi dei due artisti che disegnarono finanche sui corpi dei loro invitati e la torta realizzata da uno dei più noti gelatieri napoletani in forma d’iconico cappello a falde di Beuys.

Annotò Warhol nei suoi diari: “…davano una festa per noi in un night per travestiti. Finalmente dopo tre ore di attesa quella regina dei travestiti coi peli sul petto è entrata e siccome stavo parlando mi ha detto di tacere, ha fatto un paio di numeri e poi, improvvisamente, mi ha spinto da parte ed è uscita di furia e non siamo riusciti a capire cosa era successo, ma qualcuno mi ha detto che era così emotiva perché cantava per me…” .

E pensare che cinque anni prima, la star della pop art era sbarcata a Napoli su invito del gallerista, restando affascinato e deluso insieme poiché nessuno per strada lo aveva riconosciuto. Ma l’America era lontana e nella città partenopea il gossip non era ancora di casa. Ma anche per quello ci pensò Lucio Amelio che divenne per l’artista un punto di riferimento nel cuore del Vecchio Continente e il fil rouge che lo introdusse nel mondo della bella vita napoletana (a Napoli come nelle altre grandi città, molti furono i collezionisti che vollero farsi ritrarre dall’artista). Nel ’71 invece era stata la prima volta di Beuys in Italia, che dalla Germania portò in casa Amelio, “La Rivoluzione siamo noi” mostra-manifesto del suo pensiero che portò bene ad entrambi; il tedesco divenne l’artista sciamano ad Amelio fu riconosciuto il suo ruolo innovatore di levatura internazionale.

Questo è solo uno degli aneddoti che resero Napoli capitale della cultura, in un tempo in cui alla solita e ben nota cronaca nera si affiancavano momenti di altissima fascinazione e di grande spessore, purtroppo oggi quasi del tutto assenti.

Abbiamo semplicemente inserito Napoli all’interno di un circuito internazionale di cultura […]
Napoli non nacque in un certo momento Napoli è sempre stata, c’era un’energia che era nell’aria da sempre. Il problema […]era di organizzare questa energia.
Tutto è già qui da sempre
[…] l’organizzazione è necessaria, poiché manca l’organizzazione dello Stato ecco che le istituzioni private devono far fronte a questa carenza e devono organizzarsi.

Questo diceva Lucio Amelio intervistato da Dino Luglio il 12 dicembre 1985.

Dopo trent’anni, l’attualità delle sue parole è spiazzante. Come diceva Achille Bonito Oliva al Museo Madre qualche sera fa (in occasione della presentazione del catalogo della mostra dedicata a Lucio Amelio nel 2015) data la sua modernità, la sua forza ed il suo incessante lavoro, “Lucio Amelio non è morto, è ancora qui da qualche parte”.

PS: avrei amato viverli quei giorni

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