“Feroce Maria”

Suzanne Valadon (1885)

Suzanne Valadon (1885)

“tutto il suo essere, i suoi begli occhi,
le mani tenere e i piedi minuscoli”
E. Satié

Neppure un cineasta di lungo corso avrebbe potuto immaginare una storia più ricca di aneddoti. Un vortice di passioni e di amori che la resero celebre in quel di Montmartre, in un tempo dove l’arte era tutto ed era la principale attività di tutti quegli uomini i cui nomi hanno segnato per sempre la storia della pittura. Erano i giorni degli impressionisti e le strade della Butte brulicavano di esperienze e di opere che nessuno avrebbe mai osato immaginare diventassero capolavori eterni.

Si chiamava Marie-Clementine e veniva dal Limonges ma quando si trasferì ancora piccola a Parigi in compagnia di sua madre, mutò il suo nome in Suzanne divenendo ben presto musa, amante e amica dei più importanti artisti del tempo.

In quelle stradine di Montmartre che si inerpicavano fino a place du Tertre si svolgeva la vita, spesso all’aperto, spesso ai bistrot dove tutti tessevano, tra il vino e l’alcol, le lodi della modernità e della nuova arte. Suzanne Valadon con la sua bellezza, coi suoi poche anni e soprattutto con la sua determinazione fece innamorare il simbolista Puvis de Chevannes, il già famoso Renoir e lo squattrinato Satié che, povero e spaventato (visse fino alla fine in una minuscola stanza in affitto dove non fece entrare mai nessuno) stava rivoluzionando il concetto di musica alla fine dell’Ottocento. Ma in quei giorni Suzanne riuscì ad entrare nel cuore, pur restandone solo amica, di un altro grande personaggio che si avviava alla gloria. Degas, burbero e misantropo, riconobbe in lei un’artista dalle grandi doti, tale da inserirla nel gruppo degli artisti impressionisti. Lei lo andava a trovare spesso, anche quando gli anni ormai trascorsero per l’elegante artista che amava collezionare le opere dei suoi amici e di Suzanne di cui amava i disegni. Il Maestro la chiamava la feroce Maria, forse per quella sua spavalda capacità di non sentirsi inferiore a nessuno.

Visse per molto tempo in quella povertà collettiva che faceva degli artisti un gruppo ben solido e corposo. Trascorreva spesso le sue giornate nel salotto di Toulouse Lautrec che riuniva amici e conoscenti nel suo appartamento per trascorrere intere giornate a parlare di arte e scolare alcolici fino a restare inebetiti.

Ma Suzanne bramava quella vita ed amava sentirsi dire che era brava nel suo mestiere al quale si era avvicinata un po’ per caso cominciando a ritrarre con la matita quelle figure umili di donne e bambini che per strada si aggiravano ai piedi della Butte dove era tutto un formicaio. Lei, modella per gli artisti, presente in molti di quei capolavori che oggi sono esposti nei musei mondiali a sua volta usava modelle per dipingere le sue opere.

Renoir "La treccia" (Suzanne ritratta nel 1886)

Renoir “La treccia” (Suzanne ritratta nel 1886)

Sempre con il poco utile a sopravvivere, Suzanne continuò nella sua vita frivola e leggera intervallando o tenendo insieme più storie di amori e di letto. Nel 1883, a diciotto anni divenne madre di Maurice il cui cognome solo anni dopo gli fu assegnato per volontà del suo stesso padre naturale (a Montmartre si attribuiva la paternità ora a questo artista ora a quello), Miguel Utrillo uno spagnolo che Suzanne non volle mai sposare pur vivendoci per qualche tempo insieme.

Altri amori si rincorsero e nuove storie facevano da sfondo a quella sua arte che pur essendo riconosciuta nell’ambiente non gli fruttava che qualche cambio merce col macellaio o il panettiere. Ma lei non demordeva e pur dopo aver fatto un salto di qualità con un banchiere che le diede un tenore di vita ben più alto in una casa borghese appena fuori Parigi (dove crebbe anche il piccolo Maurice accudito dalla nonna), continuò nella sua arte avvertendo però la mancanza di quel mondo dove era cresciuta e a cui non poteva rinunciare.

Intanto Maurice, destinato a diventare uno dei più riconosciuti artisti francesi del Novecento, sin da piccolo mostrò un animo inquieto maggiore di quello materno. Appena adolescente era già alcolizzato ed avviò la sua turbolenta vita a metà trascorsa per strada e per l’altra metà negli istituti di cura per la pazzia.

La vita campestre però non era quello che agognava Suzanne che ben presto ritornò a Montmartre lasciando la solidità di una famiglia benestante. Di nuovo a Parigi alternava le sue giornate tra la pittura i circoli artistici e le cure verso il figlio che sempre più spesso doveva andare a recuperare gli angoli delle strade in condizioni disperate. Maurice era diventato il matto della Butte. La pittura verso la quale sua madre lo indirizzò però, sembrò ben presto un utile mezzo di recupero, ma non appena dismetteva quei pennelli, Maurice era di nuovo intento ad ubriacarsi fino allo sfinimento. Al contrario della pittura di Suzanne, tutta incentrata sulla figura, sulle modelle e sui temi cari agli impressionisti, quella di suo figlio era legata ai luoghi di Montmartre: sue sono le vedute più note di quei luoghi. Come sempre però, nella storia dei grandi artisti, in quei giorni, quelle tele venivano scambiate per un bicchiere di vino o per un piatto caldo.

La vita di Suzanne e di suo figlio però non smise di rinnovarsi. Un giorno del 1908 (sempre in un’alternanza di ricoveri, fughe e momenti di lieve ripresa) mentre il solitario Maurice come suo solito era per strada col suo cavalletto a dipingere fu avvicinato da un giovane, era André Utter, suo coetaneo e artista a sua volta. Fu l’unica persona a cui Maurice Utrillo si legò e rappresentò un nuovo punto di svolta in quella vita funestata. André si innamorò di Suzanne e nonostante i ventuno anni di differenza instaurarono un rapporto d’amore che durò per tutta la vita, seppure tra alti e bassi ed allontanamenti negli ultimi anni dell’artista. Utter fu l’unico uomo che amò con tutta l’anima Suzanne e fu l’unico che riuscì legalmente a sposarla nel 1914.

Suzanne Valadon, Maurice Utrillo, André Utter nello studio (1926 circa)

Suzanne Valadon, Maurice Utrillo, André Utter nello studio (1926 circa)

Seguirono altri incontri, altra generazione di artisti tra cui Picasso, Matisse, Modigliani (grande amico di Maurice) che la definiva la “sua eletta madre”, altre giornate a parlare di arte di ricordi.

La guerra poi funestò quegli anni e anche la vita di Montmartre mutò nell’assenza di serenità che si tradusse di nuovo in una vita di stenti tra le tele che si scambiavano ancora per un tozzo di pane. Poi la guerra terminò e la vita cambiò di nuovo. Nell’allegria della rinnovata vitalità anche il clima artistico di Parigi mutò e nel mentre le opere degli impressionisti erano già diventate capolavori dalle cifre ragguardevoli, i lavori di Suzanne e Maurice (che dall’alto delle sue crisi aveva una vera e propria devozione nei confronti della madre al punto da aggiungere una V. nella firma sui dipinti) furono apprezzati grazie all’impegno di Utter che si spese per la loro riabilitazione.

Improvvisamente la vita dei due artisti mutò radicalmente grazie agli introiti fruttati dalle opere che venivano finalmente scambiate a prezzi elevati. Ciononostante Suzanne, non dimenticando le sue origini, non abbandonò lo studio-atelier a Rue Cortot (sede dell’attuale musée de Montmarte) aiutando economicamente chiunque si trovasse sulla sua strada.

Atelier Valadon-Utrillo, rue Cortot (Musée de Montmartre)

Atelier Valadon-Utrillo, rue Cortot (Musée de Montmartre)

Con l’arrivo degli americani che scoprirono nuovamente l’Europa e Parigi in particolar modo, come luogo d’elezione del mercato artistico, le tele di Utrillo raggiunsero valori inimmaginabili solo qualche anno prima, ma tutto ciò non modificò minimamente le sue abitudini che lentamente si ridimensionarono in favore di un’accesa religiosità.

Suzanne Valadon e Maurice Utrillo

Suzanne Valadon e Maurice Utrillo

La storia di Suzanne continuò ancora ad evolversi e a mutare fino alla fine dei suoi giorni, quando all’età di settanta anni trascorreva le sue giornate ai caffè a parlare della sua sensazionale storia agli avventori che si trovavano così catapultati nel mondo di quella Montmartre che non c’era più. Lei aveva vissuto una vita intera tra la bellezza e l’arte, tra la passione e gli amori, senza mai perdere di vista quella materna apprensione nei confronti di un figlio bisognoso di aiuto e di affetto. Fino alla fine dei suoi giorni, infatti, fu la sua principale missione. Con tutti i suoi mezzi cercò di dare una moglie a Maurice riuscendovi amaramente solo verso la fine dei suoi giorni. La vedova di un ricco collezionista (proprio di Suzanne e suo figlio), riuscì in quella missione. Ma la donna divenne antagonista dell’artista, col suo pugno fermo e la sua costanza, infatti, riuscì a fare di Utrillo la gallina dalle uova d’oro e riuscì a curarlo e a gestirlo in quelle sue debolezze come mai era riuscita la madre che in quegli ultimi giorni della sua vita trascorreva il suo tempo tra la pittura, i ricordi e l’amarezza per quel figlio; ma senza dimenticare di aggrapparsi a quella sua perenne passione, aveva lasciato che vicino gli fosse un altro giovane che la venerava, proprio come Utter che pur allontanandosi non aveva mai smesso di andarla a trovare.

Nell’aprile del 1938 mentre dipingeva Suzanne fu colta da un malore e appena qualche giorno dopo morì, lasciando dietro di sé la leggenda e la storia di una donna e di un’arte dal valore universale.

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10 responses to ““Feroce Maria”

  • iraida2

    Biografie da romanzo!

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  • tramedipensieri

    Ecco, vivere una vita così intensa. Quasi l’invidio .quasi.
    grazie lois per questa bella vita che pare un romanzo come dice irada2

    ciao
    .marta

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  • Tratto d'unione

    Bellissimo articolo su una figura che rimane un po’ in ombra rispetto ai giganti in mezzo ai quali è vissuta. E’ bello quando anche le donne emergono nella storia degli uomini.

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    • lois

      Infatti, a leggerne la storia ha rappresentato una figura ed un riflerimento di altissimo spessore per la storia di quegli anni. Eppure però il suo nome è meno noto di tanti altri. Diverse erano le donne che in quegli anni dipingevano, penso ad esempio anche all’americana Mary cassat, la quale pur realizzando opere spettacolari è nota perlopiù agli amanti dell’arte e un po’ meno al pubblico di massa. C’è da dire forse, che per le donne in particolare è stato “adottato” un metodo di marketing sicuramente ridotto rispetto a quello destinato agli uomini che costituivano il nucelo degli impressionisti e postimpressioniti.

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      • Tratto d'unione

        Sì, lo penso anche io… inutile ripetere tutti i motivi legati alla condizione femminile di quei tempi (e ancora oggi in molte parti del mondo). Per questo accendere una luce sul bel viso della Feroce Maria, ma è meglio chiamarla col nome che lei stessa si è data (mossa estremamente simbolica direi), permettendo che altri la conoscessero è proprio un gesto colto e assai gradito 🙂

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  • mizaar

    che storia bellissima, così simile a quelle delle altre donne che vissero ” all’ombra ” di artisti famosi, diventate, con il senno di poi di coloro che hanno saputo raccontarne la storia, famose a loro volta. bella davvero!

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    • lois

      Proprio bella Mizaar. Quella di una donna che con tenacia ha atttaversato decenni di bellezza quando si stava costruendo la storia, mostrandosi allo stesso tempo una persona “viva” appassionata e protagonista insieme di un tempo di grandi speranze ed affascinanti sorprese. Per quanto forte il suo ruolo, forse non ha mai del tutto ottenuto il giusto riconoscimento da parte della critica e del pubblico.

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  • Donatella Battiglia

    Complimenti per l’articolo molto interessante , ma vorrei precisare che 1) “Limonges”( sic) non è né una città né una regione, Marie-Clémentine nacque nella Haute Vienne, dipartimento della regione Aquitaine-Limousin-Poitou Charente, 2) Erik Satie e non Satié fu suo amico. Un articolo ben documentato non può contenere questi banali errori. Grazie.

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    • lois

      Gentile Donatella grazie per le sue sottolineature, che evidentemente sono errori di disattenzione (più o meno grave!): ho scritto di Limonges (ahimè aggiungendo una ‘n’ di troppo) senza specificare se fosse città, comune o altro per segnalare il luogo di provenienza dell’artista, quindi senza entrare troppo nella specifica località. Di Satie (o erroneamente Satié), la mia fonte è una biografia universalmente riconosciuta; ma poi in quei giorni a Montmartre come altrove il limite tra l’amicizia e la passione in certi splendidi e fervidi ambienti artistici era talmente lieve, che difficilmente si poteva rinnegare l’una in favore dell’altra.
      Infine, apprezzando la sua attenzione, le segnalo che questo, come gli altri brani dell’intero blog, nascono per il piacere di divulgare una mia passione e non vogliono altrimenti sostituire nè tesine nè saggi scolastici.

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