Il mio amico di Parigi

Il Giovane Apprendista (1918-19). Amedeo Modigliani. Museo dell'Orangerie. Parigi

Amedeo Modigliani “Il giovane apprendista” (1918-19). Museo dell’Orangerie. Parigi

Ogni volta che torno a Parigi vado a trovare un amico. È un giovane apprendista, ha poco meno di cento anni. Ha i capello rossi e una giacca scura. Ha lo sguardo malinconico ed un viso rubicondo. È seduto a riposare la sua stanchezza. Ha forse una fatica che lo sovrasta che non è fisica, è più mentale. I pensieri si accalcano nella sua testa e lo sguardo si allunga altrove. Mi guarda ma non mi vede. Sono di fronte a lui ad ascoltarlo senza sentirne la voce. Lui è così. Con i suoi occhi celesti e lo sguardo che parla da solo.

Pensa a quello che sarà del suo futuro, mi mostra anche chi gli stava di fronte e gli legge nel cuore facendogli eco. Abita nei sobborghi parigini, quelli come lui non stanno in centro, sui boulevard ci vengono solo per lavorare, gli affitti sono cari. Lì c’è sempre tanto da fare e per chi vive in campagna arrivare al centro vuol dire offrirsi una chance in più. Proprio ora che è finita la guerra e in città si ricostruisce e rinasce la vita. A Montparnasse si dice ci sia del nuovo c’è la bohème e ci sono loro, gli artisti moderni, che la gente non comprende.

Nei musei c’è dell’altro ed il mio amico ne ha visti pochi, forse per niente. Fuori, per strada, gira la vita e le persone sono tutte amiche. Di sera si esce, si frequentano i bistrot, poi si fuma e si beve. Spesso l’assenzio, quello verde che esala i vapori disinibiti delle passioni. E poi si fuma ancora. E poi ci si bacia. E poi si ride e si aspetta l’alba prima di riprendere i sensi.

Il mio amico aveva appena terminato il lavoro, la sua giornata di paga, quando l’italiano col vestito di velluto gli ha chiesto di posare in cambio di qualche  franco, e per lui che viene dalle campagne, qualche soldo in più fa sempre comodo e poi che male c’è stare seduti in posa in uno studio. Non è disdicevole. Magari dopo il mio amico si sarà trattenuto con quell’artista a bere un bicchiere. Poi forse qualche donna… ma è stato silenzioso, di questo non mi ha raccontato. Un po’ di sonnolenza gli è venuta stando nella stessa posizione per un po’ di ore. In lontananza udiva lo struscio dei pennelli che grattavano la tela. Quell’artista vigoroso coi suo gesti a tratti recitava delle strofe. Ma il mio amico non conosce Dante. Lui avrà pensato che fossero solo frasi sconnesse, non ne avrà compreso neanche la lingua. Ma l’altro era lì, dietro il cavalletto con le mani sporche di colore. Di marrone e di grigio, mentre sul velluto della manica si era strisciato del rosso. Quello che ha usato per dipingere i capelli del mio amico.

Il mio amico è stato contento di aver posato per quel quadro. Da quando è partito dalla campagna nessuno gli ha mai chiesto neppure il nome, mentre l’italiano lo ha dipinto quasi per intero su quella grande tela. Anche il suo vestito consumato sembra più bello e la camicia bianca più bianca. Il mio amico, il giovane apprendista, non ci capisce molto di questi artisti moderni. Lui deve solo lavorare per potersi sposare e fare figli. Lui che non capisce neppure come si fa a vivere disegnando. Eppure credo che glielo abbia detto quell’italiano che con l’arte non di campa mica! Lui sono anni che ci prova ed è sempre una cosa che non si sa come va a finire. Ma il suo amico Zbo lo sta aiutando molto e qualche quadro glielo ha venduto. Poi si vedrà. Tra qualche anno forse. Poi si vedrà.

E poi il mio amico è stato contento di aver posato perché qualcuno lo terrà in casa quel suo ritratto e quando forse un giorno neppure ci sarà più e con lui neanche i suoi figli a ricordarne il volto, qualcuno lo guarderà ancora. Quell’ammiratore non ne conoscerà mai il nome ma saprà che c’è stato anche lui lì a Montmartre in quegli anni della bohème dove quei “giovani sono (stati) più grandi delle loro disgrazie, inferiori alla loro fortuna, ma superiori al loro destino” come scriveva Balzac.

Questo mio amico è un piccolo grande uomo e quel pittore italiano lo ha reso immortale. Guardarlo negli occhi è come riconoscere anche lui, col suo vestito di velluto marrone logoro ed elegante insieme. Con i suoi occhi scuri e profondi come tutti quelli che ha dipinto, col fuoco dentro, quello dell’arte che ancora non si è spento e che continua a bruciare.

* * *
Per lavorare ho bisogno di un essere vivo, di vederlo davanti a me. L’astrazione consuma e uccide, è una via senza uscita. (Amedeo Modigliani)

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