La zattera della Medusa

Quando nel giugno del 1818 la fregata Méduse parti alla volta del porto di Saint-Louis in Senegal per accertarsi che l’Inghilterra avesse mantenuto la promessa di allontanarsi dalla colonia rientrata tra i possedimenti francesi, tutti si convinsero che la monarchia da poco ristabilitasi potesse riappropriarsi del suo grande prestigio.

La storia però aveva predisposto tutt’altro destino per quella missione che divenne sinonimo di recrudescenza disumana e amorale.

Volendo anticipare i tempi, il capitano della fregata si distaccò dal resto della flotta ma la sua fretta fu causa del disastro perché la Méduse si incagliò su un banco di sabbia al largo della Mauritania il 2 luglio. Nessun tentativo di disincaglio andò a buon fine, per cui tre giorni dopo gli uomini abbandonarono la nave al suo destino avviando le procedure di sbarco. Le cronache narrano che circa 250 persone si misero in salvo grazie alle sei scialuppe presenti sull’imbarcazione (che non erano sufficienti per gli tutti), mentre altre 147, perlopiù membri dell’equipaggio si imbarcarono su una zattera di fortuna di circa 20 metri per 7 abbandonata alla deriva. Ovviamente il dramma e la disperazione divennero protagonisti del resto della storia che si concluse il 26 agosto quando circa due mesi dopo solo pochissimi sopravvissuti furono rinvenuti in mare ancora aggrappati al legno galleggiante.

Nella cronaca di chi sopravvisse si legge di tutto il peggio possa mai commettere l’uomo, in una lotta per la sopravvivenza che indusse perfino al cannibalismo.

«La zattera condusse i sopravvissuti alle frontiere dell’esperienza umana. Impazziti, assetati e affamati, scannarono gli ammutinati, mangiarono i loro compagni morti e uccisero i più deboli». (Jonathan Miles, La zattera della Medusa, 2010)

* * *

Théodore Géricault, La Zattera della Medusa (1818-19). Musée du Louvre

Théodore Géricault, La Zattera della Medusa (1818-19). Musée du Louvre

L’episodio è a noi tutti noto grazie al capolavoro dipinto dal pittore Géricault (oggi conservato al Louvre), un dipinto drammatico e potente insieme che stamattina mi è tornato in mente subito dopo aver visto le foto pubblicate dai quotidiani. L’analogia è forte e i fatti anche se non collimano del tutto sembrano similari. Homo Homini Lupus, dove ogni valore è perso e dove ogni altro commento è superfluo se non fosse per il fatto che anche questa immane tragedia passa tra gli altri titoli del telegiornale mentre quel mare si sta atrocemente popolando di cadaveri.

* * *

Queste parole di Erri De Luca forse valgono più di mille e mille inutili promesse politiche:

Mare nostro che non sei nei cieli e abbracci i confini dell’isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale e sia benedetto il tuo fondale
accogli le gremite imbarcazioni senza una strada sopra le tue onde
i pescatori usciti nella notte le loro reti
tra le tue creature che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati

Mare nostro che non sei nei cieli
all’alba sei colore del frumento
al tramonto dell’uva di vendemmia
che abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste

Mare nostro che non sei nei cieli
tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le riabbassi a tappeto
custodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale
fai da autunno per loro
da carezza, da abbraccio
da bacio in fronte di padre e di madre prima di partire.

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