Matisse. O della “decorazione”

Henri Matisse al lavoro

Henri Matisse al lavoro

Confesso che ho sempre nutrito delle perplessità sulla prosopopea attribuita all’opera di Matisse e nessun dubbio mi è stato fugato durante la visita alla mostra alle Scuderie del Quirinale di Roma.
Da sempre considerato l’altra grande presenza artistica del Novecento insieme a Picasso, Matisse, sebbene di una generazione precedente ebbe l’intuito di semplificare le forme delle cose e dei soggetti da lui rappresentati per ottenere attraverso la linea (morbida e sinuosa) ed il colore mai troppo elaborato, una visione gioiosa della vita, proprio come quella sua Joie de Vivre del 1905 che ne declamò i presupposti.

Henri Matisse, La Gioia di Vicere (1906)

Henri Matisse, La Gioia di Vicere (1906)

Virtuoso della linea (ce lo dimostra ampiamente nei disegni) Matisse, come la buona parte degli artisti del primo Novecento rimase affascinato e sorpreso dall’arte africana e da quella orientale che a Parigi furono molto acclamate. La rivelation m’est venu de l’Orient com’egli stesso disse, per quel decorativismo protagonista dell’arte stessa che divenne anche il suo stile. Una “pulizia” ed un’immediatezza delle forme epurate da ogni sovrastruttura per rendere essenziale e armonioso ogni suo soggetto.
È un percorso quello di Matisse che scorre lungo tutta la prima metà del Novecento attraversando indenne le due guerre le cui nefandezze non ne compromisero mai l’arte che continuò a praticare sempre con la stessa intensità quasi a voler rappresentare il rimedio alle bruttezze (che al contrario investirono le opere di Picasso impegnato politicamente e socialmente).

Henri Matisse, Ramo di pruno (1948)

Henri Matisse, Ramo di pruno (1948)

Tutte le opere di Matisse evocano quello spirito primigenio dell’arte espressa nelle sue forme semplici e senza struttura quasi fossero tratti di bambini e questo ce lo raccontano i suoi fiori le sue donne e i suoi interni dove spesso la tapisserie assorbe il soggetto tra le sue spire.

Rispetto a tutti gli studi e ai percorsi critici sulla sua opera, io credo che la miglior lettura da parte del fruitore sia quella di assaporare le sue creazioni per quello che sono, delle rappresentazioni gioiose della realtà, apprezzabili o meno ma fatte con sincerità e con una rapidità del tratto che appartiene solo ai grandi artisti.

Henri Matisse, Il paravento moresco (1921)

Henri Matisse, Il paravento moresco (1921)

La sua forza risiede molto probabilmente in quei suoi immensi e variopinti papier decoupé prodotti negli anni maturi con la leggerezza di un bambino capace di esprimere la realtà con una bellezza essenziale e vera. Oltre ogni esposizione o libro però, a mio avviso, la conoscenza più bella dell’artista si puó fare nella sua casa/museo a Nizza, uno scrigno di sorprese e intimità che lascerà affascinati anche i più scettici come me, facendo scoprire un Matisse privato ma universale, colto in flagrante nei suoi spazi e tra le sue cose quotidiane.

Occorre sapere ancora conservare quella freschezza infantile a contatto con gli oggetti, salvare questa ingenuità. Henri Matisse

Henry Matisse, I pesci rossi (1911)

Henry Matisse, I pesci rossi (1911)

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9 responses to “Matisse. O della “decorazione”

  • poetella

    E, comunque… quella vasca di pesci rossi è uno schianto!

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  • dafnevisconti

    Mi piace questa opinione, un bilanciamento fra la semplicità e l’espressività artistica di Matisse, che io ho sempre colto così, un po’ istintivamente forse proprio perché non fa porre domande esistenziali.

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  • Branoalcollo

    Trovo riduttivo definire il colore in Matisse solo “decorativo”, sono quadri che hanno un impatto visivo forte, anche sorprendente.

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    • lois

      Il concetto di Decorativismo utilizzato (pure nell’ambito della mostra) è speso proprio per sottolineare quella “tranquillità” visiva, che come dicevamo consente una visione pulita e serena delle sue opere senza troppe sovrastrutture

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      • Branoalcollo

        sì avevo letto Lois, nessuna intenzione di entrare in polemica con i curatori della mostra, era solo un mio commento.

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      • lois

        Probabilmente il termine “è forte” per come siamo abituati ad utilizzarlo noi quotidianamente (quasi con accezione “negativa” immaginando l’Arte), ma credo che, includendoci l’intero pensiero dell’artista, può essere inteso con accezione più che positiva. Dopotutto, come sosteneva anche Renoir “per me un quadro deve essere una cosa piacevole, allegra e bella, si bella! Ci sono già troppe cose spiacevoli che non è il caso di crearne delle altre.

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      • Branoalcollo

        sì vero, il termine ha valenze riduttive, sensibilità che attirano di più, altre meno.

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