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18/36 IL CAVALLO DI DIOMEDE
(Palazzo Carafa)

18/36 Il cavallo di Diomede (Palazzo Carafa)

18/36 Il cavallo di Diomede (Palazzo Carafa)

È una testa di proporzioni colossali quella che si erge tronfia nella copia in terracotta nel cortile di Palazzo Carafa in via San Biagio dei Librai, lungo il decumano inferiore, Spaccanapoli che taglia in due il centro storico. Con la sua altezza di 175 cm, l’originale, in bronzo (custodito dal 1809 nel Museo Archeologico Nazionale) fu ammirato da Goethe nel marzo del 1787 durante il suo viaggio in Italia; era collocato al centro dello stesso cortile circondato da altre rarità archeologiche esposte a beneficio dei visitatori.

La storia di questo cavallo è complessa e affascinante al tempo stesso, fatta di studi e di aneddoti, di errori e di leggende.

Anticamente si confuse il quadrupede con l’opera di Virgilio Mago narrata nella “Cronaca di Partenope” (il sommo scrittore sepolto a Napoli, considerato uomo di doti magiche); una statua con la virtù di guarire i cavalli dalle malattie, poi distrutta per fabbricare nuove campane. Ma il magico cavallo era molto probabilmente una scultura proveniente da un antico tempio romano dell’insula del Duomo ancora lì collocato prima di essere abbattuto per volere del clero napoletano.

Ritornando al nostro Cavallo Carafa, riscopriamo che il Vasari nella sua seconda edizione delle Vite (1568) narra che “in casa del conte di Matalone (i Carafa erano conti di Maddaloni) … è una testa di cavallo di mano di Donato, tanto bella che molti la credono antica …”. Donatello però a Napoli non c’è mai stato (c’è una sua scultura nella tomba del Cardinal Brancaccio in Sant’Angelo a Nilo, ma questa è un’altra storia!) anche se fu molto apprezzato ed acclamato soprattutto da re Alfonso d’Aragona che ne sollecitò la presenza in città scomodando finanche il Doge di Venezia presso il quale lo scultore fiorentino era impegnato e da dove, per dispiacere del sovrano napoletano, l’artista non si allontanò.

Con ogni probabilità l’aragonese aveva immaginato per se una statua equestre da collocare nel fornice superiore dell’Arco Trionfale di Castelnuovo, celeberrima e gloriosa celebrazione scultorea della sua entrata nel regno di Napoli (dopo anni di assedi, egli infatti, riuscì ad entrare segretamente in città attraverso un pozzo e, la sua vittoria fu celebrata con l’allestimento di un corteo trionfale magnificamente elaborato che attraversò tutta la città e durò tre giorni). Donatello era l’artista più importante dell’epoca ed era impegnato in quegli stessi anni proprio nell’esecuzione di una celebre statua equestre, il Gattamelata di Padova, le cui fattezze della testa del cavallo sono similari a quella della nostra protome. Non solo, a suffragare l’attribuzione (non da tutti condivisa), diverse tracce documentarie ci raccontano di un Sovrano disposto a tutto pur di avere lo scultore a Napoli, inclusa una mediazione di pagamento per lo sculture da parte della tesoreria del Regno. Forse Donatello dovette accettare l’incarico ma poi la morte improvvisa del re nel 1458 fece interrompere la realizzazione che si era compiuta nella sola testa del cavallo; quest’ultima, ritrovata tra i beni lasciati dallo scultore alla sua morte in eredità alla famiglia dei Medici, i quali, probabilmente al corrente della storia, la inviarono a Napoli alla volta del regno di Ferrante d’Aragona (figlio di Alfonso) che però la fece destinare a Diomede Carafa, brillante esponente della corona che ringraziò Lorenzo il Magnifico di quel magnifico dono come attesta una sua lettera del 1471.

Passando oggi per le strade del centro, non si può fare a meno di ammirare quel palazzo rinascimentale che conserva ancora parte del suo paramento con le bugne e quello spettacolare portale ligneo intarsiato, recante gli stemmi familiari, che pochi sanno essere tra i più antichi della città. È un portone rinascimentale che ne ha viste di storie e di persone avvicendarsi e se si ha la fortuna di valicarlo (oggi è un palazzo abitato non aperto al pubblico) la prima cosa che si potrà notare è la bellissima riproduzione in terracotta rossa di quel dono.

Che sia di Donatello o meno il Cavallo Carafa rappresenta una bellissima espressione artistica, una delle tantissime disseminate tra le storie ed i vicoli di Napoli a testimonianza di quella che fu una stagione feconda di committenza e di creazione.

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