La passione di una vita. Gemito e “Il genio dell’abbandono”

Vincenzo Gemito, Autoritratto in una lettera

Vincenzo Gemito, Autoritratto in una lettera

Ho sempre pensato che la bellezza dei libri fosse soggettiva e che ogni lettore ne percepisse un significato diverso, condizionato da tempi, luoghi e stati d’animo che non si possono condividere.

Non ne ho mai recensito uno e non saprei neppure da dove cominciare, ma ci proverò per illustrarvene uno prezioso, di grande forza e bellezza, che prima di diventare soggettiva, esiste perché è racchiusa nelle sue pagine, sotto diverse forme.

È “Il genio dell’abbandono” di Wanda Marasco, un romanzo edito da Neri Pozza.

 * * *

C’è la storia di Gemito, uno di quegli artisti che amo perché la sua vita fu la sua arte fondendosi all’unisono in un percorso scandito dalla passione e anche dalla follia. Un figlio della “ruota” dell’Annunziata, abbandonato appena nato e diventato nella Napoli del secondo Ottocento un Artista; un abile disegnatore ed un eccellente scultore (uno di quegli artisti che conoscerete tutti essendo l’autore del famoso Pescatoriello).

Nel libro, Gemito (Vicienzo, è così che lo chiama con affetto l’autrice), parla spesso in prima persona formulando pensieri che sfiorano i ricordi in un andirivieni senza sosta che attraversa la sua storia e la sua fama, mai troppo ampia lungo la vita. Ma quella gloria, Gemito la meritava tutta, per quella sua capacità di essere spontaneo e viscerale, come si evince in quei suoi ritratti di “scugnizzi” e “malatielli”, di popolane, di familiari e di amici che troviamo rappresentati lungo tutto il suo percorso artistico.

Vicienzo era ragazzo quando comprese che la sua via era segnata dal fuoco dell’Arte ed era poco più di un ragazzo quando si innamorò perdutamente di Mathilde, una francese (musa e amante) che lo spinse tra le luci di Parigi dove andò a cercar fortuna. Ma la sua vita era a Napoli dove, dopo Mathilde, morta prematuramente, ad accoglierlo trovò Nannina, madre di sua figlia. Poi c’erano Giuseppina Baratta, la sua di madre (quella adottiva) e il suo compagno Masto Ciccio, padre accorto e spalla solida per l’uomo e l’artista. Una famiglia allargata sempre presente anche nel momento della follia, quella vera, per la quale Gemito fu rinchiuso in una clinica rimanendovi per tredici anni fino al 1900.

Ma i familiari non furono gli unici a circondare la grande figura di questo genio, ci furono gli amici, i colleghi, i maestri e gli artisti dell’epoca che con Vicienzo divisero la quotidianità e la difficoltà della vita.

In tutto il libro si narra di un percorso di passione e di vita molto sentito e narrato attraverso un linguaggio lirico sempre molto elevato, dove spesso si fonde il dialetto di Gemito che parla con la sua coscienza alzando il livello di bellezza ad estremi molto elevati. È questo, un romanzo destinato non solo agli appassionati di arte, ma a tutti coloro che vogliono impossessarsi di una bella storia. È un invito a riscoprire figure, epoche e luoghi che narrano della vita vera, quella coinvolgente e appassionata che sa di vero e che in alcun modo sfugge dalla verità dei fatti che ne tessono le giornate, le une dopo le altre, alternate dai fatti belli e brutti, frammenti di vita allo stato puro.

È un libro di bellezza oggettiva. Una bellezza racchiusa tra le pagine, in una narrazione che lascia ammaliati, in una storia di arte che affascina e ci dimostra ancora una volta – come ho sempre sostenuto in questo blog – di come essa non può essere estranea alla vita. Una fusione inscindibile che descrive lo stesso protagonista del libro:

[…] In Italia, tenevano ancora a Caribaldi in esilio, ce stevano Barbablu, o’ re Savoia, Giuseppe Mazzini, ’o guverno ’e destra, ma Napoli faceva storia a parte, era n’atu paese, con regole di usurpazione e miserie. «E ch’aggi’ ’a penzà? Io penzo sulamente all’arte perchè altro non m’è dato e non so fare […]

Vi invito vivamente a leggerlo questo romanzo. È uno di quei libri per il quale non vedi l’ora di tornare a casa per perderti tra le sue pagine. È uno di quei libri (rari) che quando finisce, ti resta dentro per affiorare di volta tra i fatti della vita.

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