Di attribuzioni (facili), di studio e di mercato.

I bronzi Rothschild esposti al Fitzwilliam Museum di Cambridge, attribuiti a Michelangelo (part.)

I bronzi Rothschild esposti al Fitzwilliam Museum di Cambridge, attribuiti a Michelangelo (part.)

Non si fa in tempo a discutere dell’invenduto presunto mondafrutta caravaggesco e della contesa dei bari di Sir Mahon che appaiono due cavalieri sul dorso di panterone attribuiti al divino Michelangelo. È notizia fresca di qualche giorno fa, che, i bronzi Rothschild (dal nome dei precedenti proprietari) genericamente attribuiti alla cerchia del Cellini ed oggi in una nuova collezione privata inglese, sarebbero da attribuire al grande fiorentino, riconoscimento sostenuto da un disegno di collezione privata e da una serie di analogie dei dettagli fisici della statuaria michelangiolesca (per la quale, c’è da ricordare, non esiste alcun esempio in bronzo).

Senza entrare troppo nei dettagli la prima cosa da dire è che, come prassi recente, la scoperta è stata subito presentata direttamente sui quotidiani e sui mezzi di informazione, ancor prima che su riviste specializzate e scientifiche (che pare verranno tra qualche tempo) e che le sostenute analogie così esposte non reggono e comunque non sono affatto sufficienti. Tesi sostenuta anche da diversi studiosi.

I bronzi Rothschild esposti al Fitzwilliam Museum di Cambridge, attribuiti a Michelangelo

I bronzi Rothschild esposti al Fitzwilliam Museum di Cambridge, attribuiti a Michelangelo

Ma a prescindere dall’esito che ci sarà per questa ennesima sensazionale scoperta, spontanee sorgono alcune riflessioni.

Ogni volta che sul mercato appaiono questi capolavori sconosciuti, neppure a farlo apposta qualche tempo dopo (sempre molto breve) gli stessi vengono messi in vendita con la nuova attribuzione che ovviamente fa schizzare i prezzi alle stelle. Sempre più spesso poi, prima della vendita, queste opere vengono esposte al pubblico in mostre di alto livello e pesanti cataloghi ufficiali che ne aumentano notevolmente il valore scientifico favorendo così un battesimo ufficiale che autosostiene la candidatura a capolavoro.

E gli esempi che si possono fare sono tantissimi, uno dei più recenti è quello della Santa Prassede attribuita a Vermeer ed esposta come opera clou in un’antologica che ha richiamato anche a Roma un pubblico molto vasto. Due anni dopo, l’opera è stata battuta all’asta come opera autografa (rafforzata da quella sua lunga esposizione). Un altro esempio da citare è quello ormai famoso del crocifisso ligneo di Michelangelo, portato in tour in giro per il mondo in pompa magna e poi rivelatosi un’opera minore di bottega con tanto di accuse, polemiche e indagine della corte dei conti, visto che l’opera fu acquistata dal nostro ministero dei beni culturali ad un prezzo notevole ma senza la necessaria confutazione dell’attribuzione. E così gli esempi potrebbero essere tanti come tanti gli artisti coinvolti, in primis Caravaggio poi Leonardo, Raffaello e tanti altri che hanno portato sul mercato dell’arte un business fuori da ogni logica e da ogni valutazione scientifica.

Comunque sia, c’è da scommettere che tra qualche tempo, le panterone (veramente brutte a prescindere dall’attribuzione) appariranno in qualche asta milionaria smuovendo polemiche e denari per la fortuna di pochi senza aver aggiunto ne tolto nulla alla fama ed alla grandezza dell’artista fiorentino.

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