Il carrozzone di Jeff Kons

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Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Da amante dell’arte mi appassiona molto andar per mostre a cercare di comprendere cose anche in quei territori che mi appaiono in apparenza ostici e poco comprensibili. Uno di questi è quello battuto da Jeff Koons il prodigio del mercato, l’artista che scalzando ogni record d’asta riesce a fare sold-out ancor prima che le mostre siano inaugurate. Per comprare i suoi lavori si racconta di liste d’attesa di diversi anni!

Parigi, Centre Pompidou, apertura serale, tra le sale semivuote giro stranito e curioso nello stupefacente mondo dei balocchi creato da questo americano classe 1955. Un gioviale ragazzone che ha scalato le vette di un mondo dove la parola d’ordine è mondanità. Non v’è luogo in cui ogni opera di Koons non sia associata ad una serata di incontri vip e lustrini da prima pagina di riviste patinate, dove improvvisamente tra la folla in delirio appare lui, in smoking e sempre divertito (a giusta ragione tra tanti ricconi che gli sbavano intorno per ottenere ad ogni costo una sua opera).

Considerato il vero erede di Warhol, il nostro artista ha consolidato un impero dal fatturato con numerosi zeri grazie alla macchinosa attività di marketing (che segue il ciclo completo dall’artista al gallerista passando per la critica) ed alla prolifica produzione di opere realizzate nella sua fabbrica-atelier di Chelsea che conta oltre un centinaio di collaboratori professionisti.

«I’m basically the idea person. I’m not physically involved in the production. I don’t have the neces-sary abilities, so I go to the top people» Jeff Koons

Come un moderno Maestro con tanto di bottega, l’artista sostenuto dall’operato dei suoi operai sforna opere ascrivibili tutte ad un unico grande universo Neo-Pop, ispirato al consumismo ed alla banalità della vita moderna, attraversando in lungo e in largo una mistura di arte che sfocia nel kitsch (e viceversa), facendo dialogare due mondi distanti tra loro, l’uno appartenente alla Upper Class (unica acquirente e beneficiaria del prodotto finale), l’altro, alla Middle Class, legata per evidente esigenze sociali ad una cultura popolare, di massa naturalmente sfociata nel kitsch. Ritorna così l’importanza della pubblicità e del suo ruolo nella diffusione dei gusti.

«Credo moltissimo nella pubblicità e nei media.
La mia arte e la mia vita personale sono basate su di essi. Penso che il mondo dell’arte è un serbatoio enorme per chiunque sia coinvolto nella pubblicità.» Jeff Koons

Non a caso una sua serie legata al tema dei manifesti delle bevande alcoliche, tendeva a mostrare come il messaggio fosse diverso a seconda della fascia di mercato a cui si rivolgeva; con esiti finalizzati all’astrazione, quelli destinati alle classi agiate e, con significati molto più banali ed olografici per la diffusione di massa. Al Beaubourg queste riproduzioni su tela di manifesti rappresentano una delle prime operazioni del nostro artista e sono affiancate ai primissimi suoi interventi (fine anni Settanta) gli Inflatables, dei palloncini gonfiabili in forma di pupazzi e di fiori disposti su superfici specchianti seguiti immediatamente dalle serie Per New e The New dove, aspirapolveri di ultima generazione vengono racchiusi in teche in plexiglass e sovrapposti a superfici luminose di neon (espositi nel 1980 a NY).

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Come non pensare in questo casi ai ready-made di Duchamp (di cui tutta l’arte moderna è figlia)?
Jeff Koons conferma la sua strada, la banalità, la quotidianità diventano oggetto di elezione della sua attività, com’era già accaduto per Warhol dove tutto è riproducibile ed elevabile ad oggetto di arte di facile lettura, adeguandosi a quelli che sono i cambiamenti ed alle modalità di vita, un’arte popular destinata alla massa, ma che contraddittoriamente (proprio come con Warhol) economicamente, solo la upper class può permettersi.

Il successo per Koons è così raggiunto, i contratti e le relazioni con i maggiori galleristi di sempre fanno poi il resto, assicurando lauti guadagni con un vero e proprio impero del business.

«Io amo le gallerie, sono un’arena della rappresentazione. È un mondo commerciale e la morale si basa generalmente intorno all’economia che ha luogo nelle gallerie d’arte.» Jeff Koons

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Tutto quello che ne segue è una produzione costante di opere dal tema banale (Banality) ma di grande impatto estetico e ne sono un esempio mirabile i famosi ballon tirati a lucido nell’acciaio e trasformati in monumentali oggetti di lusso (noti a tutti) oppure le riproduzioni in ceramica di artisti come Michael Jackson and Bubble oppure ancora enormi riproduzioni in resina di oggetti decorativi o ancora i Puppy, gigantesche sculture botaniche riproducenti animali da compagnia.

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Ma il kitsch di Koons non si ferma di fronte a niente e quando all’inizio degli anni Novanta incontra Ilona Staller se ne innamora e dalla loro storia tira fuori una serie di opere Made in Heaven (1989-1991) dai contenuti bollenti e destinati esclusivamente ad un pubblico adulto (in mostra lo spazio è rigorosamente vietato ai minori di 18 anni) che letteralmente impazzisce per queste riproduzioni sessualmente esplicite da ostentare senza imbarazzo, perché si sa, l’arte può concedersi tutto e le opere dell’enfant prodige sono un trofeo da esibire. Un pezzo di vita che diventa arte senza aggiungere alcun tipo di orpello, così rappresentata nella sua banale normalità, al di fuori di ogni confine, pudico e privato. Nel 1991 poi il matrimonio naufraga e la love story deraglia in un susseguirsi di azioni giudiziarie (per l’affido del figlio) che riempiono i giornali senza sosta da un a capo all’altro dell’oceano.

La pubblicità prosegue e neppure questo spiacevole intermezzo interrompe il successo di Jeff. Le sue opere continuano ad ottenere grandissimi risultati e nel 2006, Hanging Heart a Venezia, già esposto in una grande mostra a Palazzo Grassi a Venezia, viene battuto all’asta da Sotheby’s per circa 24 milioni di dollari.

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

La sua Pink Panter è stata venduta nel 2011 per circa 17 milioni di dollari e nel 2013 uno dei cinque esemplari di Ballon Dog (attenzione si tratta di un multiplo, non di un pezzo unico!) da Christie’s ha raggiunto il valore di 58,4 milioni di dollari.

Ma non mancano neppure le cause di diffida nei confronti dell’intero sistema Koons.

In primis è recente una causa intentata da un facoltoso collezionista nei confronti del collezionista Gagosian (forse più famoso del mondo), che riteneva gli fosse stato venduto da quest’ultimo il Popeye non finito ad un costo esorbitante (4 milioni di dollari!). Il giudice della Corte Suprema di New York, ha però dato ragione al venditore, sostenendo nella sentenza che dei galleristi non ci si deve fidare perché tirano acqua al loro mulino. Per inciso va detto che, tutto il sistema delle gallerie che conta, detiene un monopolio mondiale anche per una serie di regole “arbitrarie” che vincolano a determinate condizioni i prezzi e le successive vendite da parte dei legittimi proprietari.

Lo stesso artista è stato poi accusato di una serie di plagi (inclusa un’opera ritirata dalla mostra in corso) che sono sfociati in provvedimenti giudiziari, alcuni dei quali, ne hanno sentenziato la condanna.

Ma Koons è anche collaborazione con le case di moda e non solo. Ha firmato importanti oggetti di culto come la celebre Birkin Bag di Hermes e il Gift Box Ballon Venus limited edition per un Dom Pérignon Rosé Vintage del 2003 (25 mila dollari).

Superando i miei pregiudizi sulla condizionante mondanità a percorrere le sale della mostra, però tra le perplessità e la bellezza oggettiva di alcuni pezzi, non si può non tener conto del meraviglioso virtuosismo tecnico (affidato sempre ai suoi collaboratori) e restare affascinati dai dipinti, non per i soggetti, banali anch’essi, ma per la modalità con cui sono stati realizzati. Minuziosamente in ogni dettaglio con una perizia impressionante ed il pensiero corre subito alle opere di Lichtenstein (e ritorniamo al Pop) che ha riprodotto con minuzia su tela quelli che erano i frames dei fumetti, riproducendo a mano e con tempi lunghi (aggiungendovi il valore artistico) quello che si poteva ottenere rapidissimamente con i tecnologici ed avanzati mezzi di stampa. Così accade anche nelle opere pittoriche di Koons: lui sceglie un soggetto perlopiù è un patchwork messo insieme in pochi minuti con photoshop che poi viene eseguito in scala monumentale, passo passo con i colori e i pennelli dalla sua squadra che ne riporta finanche gli errori ed i punti di stampa, creando un enorme illusione.

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

La mostra si conclude infine con l’ultima serie di lavori Gazing Ball (il cui nome deriva dalle omonime sfere specchianti utilizzate nella decorazione di interni e giardini), ispirati all’antico e presentati per la prima volta nel 2013 alla Gagosian Gallery di New York. Riproduzioni in gesso di statue greco-romane accolgono palle blu di vetro soffiato che interagiscono nella visione di insieme, contaminando coi loro riflessi la purezza delle forme statuarie.

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

«The Gazing Ball series is based on the philosopher’s gaze, starting with transcendence through the senses, but directing one’s vision (the philosopher’s gaze) towards the eternal through pure form and ideas.» Questa volta Koons tira in ballo la filosofia, ma c’è da credere che di filosofia ci sia ben poco, considerato che, nella sola serata di inaugurazione della prima nostra tutte le opere sono state vendute.

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

Jeff Koons. La rétrospective (Centre Pompidou, Parigi) ©lois_design

 

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14 responses to “Il carrozzone di Jeff Kons

  • Branoalcollo

    il cane rosa galleggiava qualche anno fa fuori da Palazzo Grassi a Venezia, e l’effetto era esilarante, con un suo fascino…il kitsch all’ennesima potenza, ma anche quel gusto americano di trasformare in icona tutto, persino un palloncino…buone mostre Lois, splendido reportage!

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  • elena

    Ogni epoca ed ogni classe sociale ha l’arte che si merita…

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    • lois

      Sicuramente c’è una sincronia tra l’arte e il tempo, quello che trovo sbagliato e predominante rispetto al valore stesso della creazione è l’attribuzione del valore di mercato che diventa l’unico metro di riferimento per sostenere e collocare l’artista e la sua arte rispetto alla società.

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  • tramedipensieri

    Non posso che essere d’accordo con elena…veramente un arte dei tempi che viviamo: vuota e appariscente…e in più costosa giusto per essere notata…
    ciao Lois
    .marta

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  • dafnevisconti

    A questo punto penso che dobbiamo accettare l’idea che la vera Arte di oggi sia Koons, la sua sfacciata eppur ammaliante espressività. A noi contemporanei, e soprattutto non americani, forse non riesce ad andare completamente giù …ma così è

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    • lois

      Ciao Dafne, sicuramente Koons, come Hirst o altri della popolarità di Cindy Sherman e tantissimi altri, rappresentano la figura dell’artista attuale, imprescindibile dal mercato e dalle quotazioni milionarie. Capaci di abbgliare quella fascia di settore che deve ostentare per apprtenere ad una determinata classe sociale. A noi spettatori dopotutto ci è offerta l’opportunità di assimilare e di osservare decidendo di essere ammiratori o altro. Dopotutto anche la Pop Art destò gli stessi sentimenti contrastanti eppure oggi ne parliamo come diun movimento storico

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  • marco

    “L’arte contemporanea costa un sacco di soldi ma non ha alcun valore”, ebbe a dire un grande critico d’arte francese.
    Sono azioni quotate in borsa, prive di quel valore intrinseco che fa la differenza tra un vero artista e un burlone di corte, aggiungo io.
    Comunque è sulle lunghe distanze che l’arte si valuta, vedremo come andrà a finire…
    saluti Lois

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    • lois

      Caro Marco, sicuramente di Koons (Hirst & Co.) se ne parlerà, fosse solo per il loro aver stravolto il mercato ed il concetto stesso di valutazione. Ma sono in pieno d’accordo con te, l’arte ha un valore intrinseco e nessun prezzo di questo mondo può attribuirglielo!

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  • iraida2

    Grazie a te, stasera sono stata a Parigi!!!!!!!!
    Un bacio, Luigi!

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