Blessent mon coeur / d’une langueur / Monotone

© Robert Capa (june 6th, 1944)

© Robert Capa (june 6th, 1944)

Il 5 giugno 1944, alle 21.15, quando Radio Londra trasmise i primi tre versi della Canzone d’Autunno di Paul Verlaine:
Blessent mon coeur / D’une langueur / Monotone, la flotta più grande del mondo salpò per le coste della Normandia.
Era iniziata l’invasione del Vallo Atlantico, l’operazione Overlord avrebbe mutato le sorti del conflitto mondiale.

Il generale in capo, Dwight Eisenhower, dopo una sofferta decisione, in seno alle avverse condizioni del clima, fissò inderogabilmente per il 6 giugno le manovre del D-Day. Non potendo ulteriormente rinviare l’operazione, infatti, gli Alleati sfidarono i temporali e la corrente della Manica per sferrare l’attacco decisivo al fronte atlantico.

Sulle spiagge francesi si consumarono le vite di giovani soldati destinati a lottare per la liberazione d’Europa dal regime nazista. Generazioni e drammi resi immortali dagli scatti di Robert Capa (purtroppo sopravvissuti solo in minima parte, 11 dei 108 scattati) che mostrano senza-filtri la recrudescenza di quelle ore che ebbero la forza di capovolgere le sorti della guerra.
4500 furono le vittime tra gli alleati e un numero non meglio definito tra 4000 e 6000 quelle tedesche nel solo giorno dello sbarco. Le operazioni furono complesse e la gestione difficile, ma gli eventi che seguirono segnarono da un lato i nuovi equilibri del conflitto e dall’altro il paesaggio e la storia del nord della Francia.

© Robert Capa (june 6th, 1944)

© Robert Capa (june 6th, 1944)

La Normandia è protagonista in questi giorni delle celebrazioni e delle commemorazioni del D-Day, che si svolse proprio in quei luoghi che ancora oggi ad attraversarli si resta immersi nei pensieri e nelle immagini che la storia, cruenta e monumentale ci ha trasmesso.

© Robert Capa (june 6th, 1944)

© Robert Capa (june 6th, 1944)

Fra tutti i luoghi, Omaha beach, soprannominata ‘la spiaggia di sangue’ con il più alto numero di cadutiamericani, rapisce per la sua vastità, oggi spoglia e battuta dal vento (volutamente inalterata dagli abusi e dal business che ha invece coinvolto altri noti e limitrofi teatri di guerra). Una spiaggia che quel giorno dovette lordarsi di sangue frammisto al sale e alle alghe, sotto il fuoco ininterrotto delle artiglierie tedesche che dai bunker ancora in situ spararono ininterrottamente per ore. Molti soldati non ebbero neppure il tempo di sbarcare che si ritrovarono a galleggiare nelle acque sanguinolente e melmose trapassate dai proiettili. Lo scenario dovette apparire infernale ed ancora oggi attraversare i cimiteri alleati, con la loro vastità e processione di croci bianche non può lasciare indifferenti. Sono tutte li schierate, file e file, tutte uguali dove le differenze di grado non sono visibili. È un luogo dove l’umanità è equiparata ed accomunata sotto l’unica egida della libertà. C’è un silenzio in quei cimiteri che pesa molto, un silenzio rispettoso e devozionale dove non si può che riflettere sul valore di quel sacrificio e di quello sforzo bellico che dovette placare una folle guerra che restituì al mondo l’orrore di oltre cinquanta milioni morti.

© Robert Capa (june 6th, 1944)

© Robert Capa (june 6th, 1944)

Sono luoghi, quelli dello sbarco, impregnati della distruzione e della speranza assieme, di barbarie e di rinnovamento che mostrano la duplice faccia della grandezza umana e di tutto il male ed il bene che è in grado di produrre. Sono luoghi, quelli del D-Day che ci fanno ancora sperare e riflettere, anche se poi a conti fatti a guardare il mondo dopo settant’anni, la lezione non è stata ancora appresa del tutto.

croci

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