Il giardino di Claude Monet a Giverny e la stagione delle ninfee

Sono costretto a continue trasformazioni, perché tutto cresce e rinverdisce.
Insomma, a forza di trasformazioni, io seguo la natura senza poterla afferrare,
e poi questo fiume che scende, risale, un giorno verde, poi giallo,
oggi pomeriggio asciutto e domani sarà un torrente.
Claude Monet

Claude Monet ritratto nel suo atelier di Giverny

Claude Monet ritratto nel suo atelier di Giverny

A marzo del 1883 Monet decise di stabilirsi a Giverny. Aveva affittato un casolare la maison du Pressoir (che doveva il suo nome ai torchi utilizzati per il sidro) in un territorio ricco di verde alla confluenza del fiume Epte con la Senna, in Normandia, a poca distanza da Parigi. Il maestro impressionista (da una cui opera fu coniato il termine per la nuova arte) aveva 42 anni e poteva già vantare un notevole successo di pubblico e di critica.

In quell’ameno luogo, che divenne sua dimora stabile fino al 1926, Monet si trasferì con la sua seconda moglie, e sin da subito vi allestì il suo atelier, uno spazio che gli avrebbe permesso di definire le tele che venivano tutte rigorosamente realizzate all’aperto. Era questo il fondamento assoluto degli Impressionisti, dipingere en plein air per raccogliere tutta la luce ed i colori della natura e, per questa loro attitudine, i nuovi pittori furono definiti imbrattatele con quel termine coniato apposta per loro, traendo spunto dalla tela di Monet “Impression, soleil levant”, presentata nel 1874 alla prima mostra. Ma le critiche avverse non scoraggiarono quei giovani che perpetrarono nella loro scelta, creando opere che oggi sono in tutti i principali musei e che hanno segnato il primo vero passo verso l’arte contemporanea…

I colori non venivano più mischiati tra loro per ottenere le altre gamme, semplicemente erano solo accostati, mantenendo il loro grado di naturalezza. Seguendo le ultime scoperte nel campo dei colori (del primo Ottocento), la loro vicinanza con l’aiuto della percezione, modulava i toni e le cromie più diffuse restituendo alla vista l’immagine finale. Ad esempio, per poter realizzare il verde che non esiste nella gamma dei colori primari, il giallo ed il blu non si mescolavano insieme, ma venivano applicati a piccoli tocchi, ciascuno mantenendo la sua natura accostato all’altro ne esaltava le caratteristiche fondendosi visivamente fino a creare il verde.
Tutto il lavoro dei nuovi artisti francesi (il nucleo principale era costituito da loro), traendo spunto poi dalla grande lezione di Eduard Manet, che per primo aveva adottato degli accorgimenti cromatici nelle sue monumentali opere, era ottenuto con questa tecnica, e non è un caso se nacquero le famose serie di Monet, che ritrasse più volte gli stessi soggetti a diverse ore del giorno. L’esempio più famoso è quello della facciata della cattedrale di Rouen (sempre in Normandia), nelle cui 31 tele, l’autore cercò di riprodurre quelle mutazioni e vibrazioni che nel corso del giorno interagiscono con la superficie stessa del monumento mutandola nei colori, e per fare questo, dovette lavorare più volte sulle stesse opere, prendendole e mettendole da parte quando quella determinata illuminazione si interrompeva.

Scorcio di Giverny e del giardino di Monet

Scorcio di Giverny e del giardino di Monet

Da queste premesse scientifiche sul colore e dalla voglia di stare all’aperto, Giverny rappresentava il luogo ideale, circondato dal verde e dalla campagna. In breve tempo e lungo il corso di tutta la sua esistenza, l’artista trasformò infatti, quel vecchio casolare nella sua casa colonica con addossato l’atelier e tutto intorno in un soleggiato e lussureggiante giardino con una processione infinita di rose, iris, tulipani, glicini, gladioli e piante di ogni genere fino alle sue amate ninfee, protagoniste assolute della sua produzione più vasta e celebrata.

Il roseto di Monet

Il roseto di Monet

Affascinato dai riflessi sull’acqua e dai riverberi della luce, Monet nel 1893 acquistò un terreno confinante con il suo giardino, uno spazio dove si crea un piccolo stagno dalle acque dell’Epte, è questo il luogo dove nacque il famoso ponte giapponese, ritratto infinite volte nei suoi dipinti. Il Giappone con la sua arte era diventato un tema frequente alla fine dell’Ottocento, la sua esoticità era giunta fino in Europa con le stampe artistiche che avevano riscosso grande successo presso tutti gli estimatori di arte e tra gli artisti stessi (si pensi a Van Gogh che, nonostante già fosse morto da tre anni, aveva fatto della grafica giapponese una delle sue principali ispirazioni pittoriche).

Claude Monet. Il Ponte giapponese (1900 ca)

Claude Monet. Il Ponte giapponese (1900 ca)

Claude Monet. Il Ponte giapponese (1926 ca)

Claude Monet. Il Ponte giapponese (1926 ca)

Claude Monet era molto fiero di quel suo giardino d’acqua intorno al quale aveva anche piantato interi canneti di bambou e piante esotiche e, a partire dal 1897 vi fecero la loro comparsa anche le ninfee, che cambiarono non solo il volto di Giverny, ma anche il corso dell’arte.

Il giardino di Monet a Giverny

Il giardino di Monet a Giverny

Le ninfee di Monet a Giverny

Le ninfee di Monet a Giverny

L’artista amava dipingere in quello spazio ed intrattenersi con i suoi ospiti fino ad ammirare le mutevoli e suggestive gradazioni di colore che si susseguivano durante il giorno fino a farle poi diventare protagoniste assolute delle sue tele che intanto si ingrandivano a dismisura.
Le ninfee di Monet rappresentano una delle più belle dimostrazioni della visione estetica dell’arte, attraversando un percorso evolutivo che dopo aver già superato la novità dell’Impressionismo si espandono fino a diventare espressionismo e dove i colori sono solo lo strumento che aiutano a raggiungere la percezione cromatica di una visione estatica che non manca di stupire anche il più scettico spettatore.
Quando nel 1914, mentre l’Europa si accingeva allo tragedia della Grande Guerra, muore Jean, il figlio del pittore che solo tre anni prima aveva perso anche la sua seconda moglie. È in questo momento storico personale di grande dolore, che Claude decide di ampliare il suo atelier capace di contenere le grandi tele che ha deciso di dedicare alle sue amate ninfee.
“Lavoro tutto il giorno a queste tele, me le passano una dopo l’altra. Nell’atmosfera riappare un colore che avevo scoperto ieri e abbozzato su una delle tele. Immediatamente il dipinto mi viene dato e cerco il più rapidamente possibile di fissare in modo definitivo la visione, ma di solito essa scompare rapidamente per lasciare al suo posto a un altro colore già registrato qualche giorno prima in un altro studio, che mi viene subito posto innanzi; e si continua così tutto il giorno”.

Parigi. Musée de l’Orangerie

Parigi. Musée de l’Orangerie

Le Ninfee. Musée de l’Orangerie

Le Ninfee. Musée de l’Orangerie

Le Ninfee del Musée de l’Orangerie

Le Ninfee del Musée de l’Orangerie

Dopo anni di intenso lavoro, nel 1920 Claude Monet, osannato Maestro della pittura in tutto il mondo, offre allo Stato francese dodici grandi tele dedicate alle Ninfee, ciascuna lunga 4 metri, che nel 1927 diventeranno patrimonio dello Stato (e non solo) e saranno allestite nelle sale ovali del Musée dell’Orangerie nei giardini delle Tuileries.
Le tele di questi ultimi anni testimoniano una volontà di affermare il valore della pitture e dei colori sui soggetti. Le percezioni e gli accordi cromatici sono le uniche preoccupazioni dell’artista che si avviò verso un’astrazione associabile alle nuove esperienze artistiche, anche se, molta parte della critica associa queste sue evoluzioni ai notevoli problemi alla vista che afflissero Monet negli ultimi anni e che egli stesso ricordò di come: “i colori non avevano più la stessa intensità per me; non dipingevo più gli effetti di luce con la stessa precisione. Le tonalità del rosso cominciavano a sembrare fangose, i rosa diventavano sempre più pallidi e non riuscivo più a captare i toni intermedi o quelli più profondi […] Cominciai pian piano a mettermi alla prova con innumerevoli schizzi che mi portarono alla convinzione che lo studio della luce naturale non mi era più possibile ma d’altra parte mi rassicurarono dimostrandomi che, anche se minime variazioni di tonalità e delicate sfumature di colore non rientravano più nelle mie possibilità, ci vedevo ancora con la stessa chiarezza quando si trattava di colori vivaci, isolati all’interno di una massa di tonalità scure”.
In realtà per quanto poté incidere la malattia agli occhi, le ultime opere di Monet rappresentano l’apice di quella ricerca sulla luce e sul colore che lo tennero impegnato per tutta la vita. Una ricerca evolutasi proprio in seno a quel gruppo di imbrattatele che a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento sconvolsero il mondo dell’arte, che ancora oggi è scosso per i frequenti record che quelle stesse tele raggiungono sul mercato. È di qualche giorno fa l’aggiudicazione da Christie’s NY di Ninfee del 1907, una tela 100,1×81,2 cm proveniente dalla storica galleria Durand-Ruel, per 27.045,00 milioni di dollari.

Le Ninfee di Monet da Christie’s

Le Ninfee di Monet da Christie’s

Claude Monet morì il 5 dicembre del 1926 a Giverny, non prima di lasciare scritto: «Voglio solo parenti dietro al feretro. E soprattutto ricordatevi che non voglio né fiori né corone al mio funerale. Sono onori vani. Sarebbe un sacrilegio fare razzia dei fiori del mio giardino per un’occasione del genere».
L’intera popolazione si raccolse per celebrarne la gloria.

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