Due opere napoletane del Caravaggio. Un patrimonio universale

caravaggio apertura

Era la fine del maggio del 1606 quando Michelangelo Merisi da Caravaggio fuggì di gran lena da Roma perché condannato alla pena capitale per aver ucciso il suo storico rivale Ranuccio Tomassoni durante un duello, pare per futili motivi, la contestazione di un fallo in una partita di pallacorda. La sua fuga durò poco più di quattro anni e si concluse sulla spiaggia di Porto Ercole dove le fonti raccontano sia morto di stenti e febbre alta.

Durante il suo peregrinare (Napoli, Malta, la Sicilia e di nuovo Napoli) Caravaggio produsse alcuni dei suoi più importanti capolavori che delineano e commentano gli ultimi anni della sua vita e della sua maturazione artistica.

Napoli rappresentò una tappa importante per il fuggiasco. Due furono i soggiorni, il primo dopo l’estate del 1606 (dopo aver attraversato i feudi laziali della famiglia Colonna) che si concluse in poco meno di un anno, il secondo alla fine dell’estate del 1609 fino ai giorni della partenza per Porto Ercole, percorso che gli avrebbe garantito un avvicinamento sicuro a Roma, dove era in preparazione la revoca della condanna.

Le Sette Opere di Misericordia (1606-07). Olio su tela, 390×260 cm. Napoli, Pio Monte della Misericordia

Le Sette Opere di Misericordia (1606-07). Olio su tela, 390×260 cm. Napoli, Pio Monte della Misericordia

Quegli anni napoletani sono testimoniati e ben documentati da diverse opere, tra cui due tele magistrali, la prima, riconducibile al 1606, Le Sette Opere di Misericordia; la seconda, realizzata nel 1609/1610, La Sant’Orsola confitta dal Tiranno. Entrambi i capolavori rimasti in loco, insieme alla Flagellazione, custodita al Museo di Capodimonte, meritano da soli una visita in città.

Caravaggio, da animo inquieto quale era, trovò all’ombra del Vesuvio una città a lui affine, un luogo dove gli acquartieramenti spagnoli, rappresentavano un magma convulso carico di umanità, energie, di luci ed ombre, dove la vita quotidiana si avvicendava con ritmi calzanti e dove la nobiltà si avvicendava alla plebe.

Quando ci si pone di fronte a Le Sette Opere, nella chiesa secentesca del Pio Monte di Misericordia, nel cuore di Napoli, non occorre molta immaginazione per comprendere quali atmosfere e suggestioni dovettero avere i giorni ed i luoghi di quel 1606. Una tela di grandi dimensioni (cm 390 x 260) dove prendono vita i personaggi a dimensione reale e che sembrano appartenere proprio a quei vicoli napoletani che ancora oggi conservano intatta la loro fisionomia. Una rappresentazione che “tanto avea sopraffatto gli animi degl’intendenti, e de’ Professori medesimi quella nuova maniera cacciata di scuri con pochi lumi, e che terminava nell’ombre, ove per lo più si perdevano que’ contorni, che devono essere un chiaro esempio, per istruire, e dar norma a gli studiosi dell’arte del disegno”. (Bernardo De Dominici Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani, 1742-1743).

L’opera, pagata 400 ducati, come testimonia il contratto autografo conservato e visibile nell’archivio del Monte, propone il soggetto delle sette opere di misericordia corporale: seppellire i morti, visitare i carcerati, vestire gli ignudi, dar da bere agli assetati, ospitare i pellegrini, curare gli infermi, dar da mangiare agli affamati, temi ed opere a cui si dedicava proprio l’istituzione benefica tra le più antiche (ed ancora operative) della città.
Gli episodi si svolgono in uno spazio unico e cacciato di scuri con pochi lumi, con un vortice di figure illuminate in primo piano da un fascio di luce che dall’esterno della tela taglia l’ombra fino ad illuminare di vita quelle figure che compongono la scena e che si schiara sul fondo con la torcia di un becchino colto nell’atto di seppellire un morto. Dall’alto di questo vicolo, vigila sulla corretta attuazione delle Opere, la Vergine col Bambino trascinata verso il basso da due angeli che hanno le sembianze di due giovani come se ne potevano trovare a Napoli in quei giorni; tutti i personaggi dipinti da Caravaggio, infatti, erano dipinti dal vero, con la precisa caratterizzazione di fisionomie e caratteri, veridicità che più volte gli costò il ritiro delle opere.
La bellezza e la completezza di questa tela molte volte è stata avvicinata alla quotidianità dei vicoli, tra il vociare dei venditori (si noti la figura del bevitore in basso a sinistra dar da bere agli assetati) e le litanie dei mendicanti (la figura di spalle in primo piano vestire gli ignudi) con lo stupore e la curiosità di una donna che si affaccia ad un balcone (a cui è stata associata la figura della Vergine).
È in questo quadro di congiunture e peculiarità stilistiche, che Le Sette Opere di Misericordia, rappresentò la rottura e l’innovazione della pittura a Napoli agli inizi del Seicento, aprendo come opera capofila la fortunata stagione del naturalismo che diede ben presto i suoi frutti.

* * *

Fuori dal centro storico, ma in un luogo ugualmente importante come via Toledo, nel meraviglioso Palazzo Zevallos, sede della banca Intesa San Paolo (che non molto tempo fa nelle macchinose geometrie economiche ha assorbito la Banca Commerciale), c’è l’altro spettacolare capolavoro, La Sant’Orsola confitta dal Tiranno, da molti considerata l’ultima opera eseguita da Caravaggio, la cui storia è ricca di fascino e degna di un romanziere.

Martirio di Sant’Orsola (1610). Olio su tela, cm 140,5×170. Napoli, Palazzo Zevallos

Martirio di Sant’Orsola (1610). Olio su tela, cm 140,5×170. Napoli, Palazzo Zevallos

È una tela dove le figure emergono dal buio divenendo più drammatiche in un pathos che racchiude il gesto come in un fermo-immagine che preannuncia la pellicola cinematografica di qualche centinaio d’anni. Un buio dove qualche anno fa è emersa una mano che si spinge verso lo spettatore, compiendo un gesto a difesa della vergine che rifiutando il tiranno unno, è stata da lui già trafitta, in un dramma già compiuto che vede sullo sfondo, alle spalle di Orsola, il Caravaggio stesso, che si ritrae come testimone dell’evento, in un autoritratto drammatico e vero che spesso appare nelle ultime opere.

Era il 10 maggio del 1610 e, sulla feluca “Santa Maria di Porto Salvo” diretta a Genova, fu imbarcato anche un dipinto per Marcantonio Doria, un giovane nobile amante delle arti. Michelangelo Merisi (sul cui capo ancora pendeva la pena capitale) in quei giorni era a Napoli, coinvolto come sempre in risse e zuffe, a fine 1609, infatti, fu aggredito fuori la taverna del Cerriglio, quella più famosa del tempo, in prossimità del porto piccolo (che ora non c’è più); tutti lo pensavano morto e invece, come una fenice proseguì nella sua turbolenta vita e produsse altre tele. Quadri molto contesi anche a Roma dall’avido cardinal nepote Scipione Borghese.
Sulla feluca quel 10 maggio fu caricata una tela raffigurante “Sant’Orsola confitta dal tiranno”, un quadro appena terminato, con la vernice ancora fresca. Ma non importava, il committente lo richiedeva. Il sole di maggio però a Napoli è caldo e quella vernice anziché asciugarsi si sciolse, obbligando l’artista ad un rapido intervento di risistemazione e solo dopo il restauro poté ripartire per Genova. Poco più di due mesi dopo Caravaggio muore, in circostanze poco chiare a Porto Ercole, sulle coste della Toscana. Fu seppellito sul posto (l’anno scorso a seguito di una contestata ricerca pare abbiano trovato le sue ossa. Ma questa è un’altra storia).
Della “Sant’Orsola confitta dal tiranno” restò qualche nota nei documenti ma della tela se ne persero le tracce. Nel 1955, ad Eboli, in una villa (dove era pervenuta per questioni ereditarie di discendenza diretta dai Doria di Genova), l’allora giovane studioso Ferdinando Bologna scorse un dipinto il cui stato conservativo non era dei migliori. Vi era raffigurata una Sant’Orsola trafitta dal tiranno. L’occhio, la passione e lo studio dello storico, non dimentico degli studi caravaggeschi di Pietro Longhi, proposero l’attribuzione autografa al Merisi, che dopo molte reticenze e dopo una serie di esposizioni ed approfondimenti fu invece declinata in favore di Mattia Preti (artista molto prolifico a Napoli). Nel 1973 poi, la tela di Mattia Preti fu acquistata dalla sede napoletana della Banca Commerciale che fece il migliore affare della sua storia. A seguito di nuovi studi ed approfondimenti, la Sant’Orsola fu presa in considerazione da un’altra insigne storica, Mina Gregori, e mentre il livello del dibattito sull’attribuzione giunse con convinzione all’autografia del Caravaggio, la Banca Commerciale si ritrovò ad avere nella sua collezione quello che viene considerato uno degli ultimissimi, se non l’ultimo lavoro del pittore lombardo.

Dopo un accurato restauro che rivelò tra l’altro abrasioni e appiattimenti dello strato di vernice (cosa che confermerebbe la storia della vernice sciolta al sole), furono rinvenute sul retro dell’opera indicazioni (successive alla tela stessa) del nome del pittore e un monogramma costituito dalle iniziali del nobile genovese (M.A.D.). Non solo, si scoprì che la tela fu ampliata con fasce di altra tela per adeguarla allo stile settecentesco che non amava i primissimi piani (volutamente usati dal pittore per rendere più drammatiche le scene) e che le sue misure originali corrispondevano proprio alle dimensioni di un inventario di metà Ottocento che enumerava tra gli altri anche La Sant’Orsola trafitta dal tiranno.

Il resto è storia e la tela in tutta la sua crudele ed appassionata bellezza fa bella mostra di se nella rinnovata sede di Palazzo Zevallos.

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6 responses to “Due opere napoletane del Caravaggio. Un patrimonio universale

  • elenaedorlando

    Grazie Lois per il bellissimo articolo. La vita di Caravaggio è un romanzo dell’orrore ma le sue opere sono veramente affascinanti e si inseriscono molto bene nella Napoli del tempo. Non ho mai approfondito l’argomento, ma penso sempre che Rembrandt si sia ispirato a Caravaggio, soprattutto per quanto riguarda la luce.

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    • lois

      Non saprei se poi veramente Rembrandt abbia visto opere di Caravaggio. Certo è che il nuovo stile impregnó ben presto tutta l’arte. L’innovazionera forte e nessuno poteva non tenerne in conto.

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  • ili6

    Dici bene che queste due opere caravaggesche da sole meriterebbero una visita in città. Interessantissima la storia di quel capolavoro che è Sant’Orsola trafitta.
    Anche in Sicilia abbiamo alcuni spettacolari Caravaggio, con falde di luce che incantano. Mi sono sempre chiesta, però, il perchè di alcuni quadri siciliani con il fondo “fatto di fretta” e spesso vuoto.(La resurrezione di Lazzaro, l’adorazione dei pastori, Santa Lucia) Per far risaltare i primi piani o perchè Caravaggio ebbe fretta di finirli perchè in fuga?

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    • lois

      Bentornata Ili, le opere siciliane sono anch’esse capolavori da brivido, tra tutte adoro il Seppellimento di Santa Lucia a Siracusa. Gli spazi ‘vuoti’ di queste tele (tra le più grandi da lui dipinte), rappresentano proprio quella capacità di non disperdere il momento clou! Un po’ come scrivevo forse in qualche altro post dedicato al Merisi, la sua forza è stata quella di anticipare di gran lunga l’istantaneità dell’attimo assoluto. Non scene di genere, ma momenti essenziali che significano da soli l’intera storia raccontata. Lo scuro di Santa Lucia o di Lazzaro servono proprio a non distogliere lo sguardo e a drammatizzare ulteriormente quell’evento di grande tensione.

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  • ilmiosguardo

    Le opere “napoletane” di Caravaggio mi mancano proprio. Sarà per la prossima volta, spero.
    Grazie per il tuo interessante post
    ciao
    Ondina

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