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10/36 UN CANTO DI SIRENE
(Piazza San Domenico)

10/36 Un canto di Sirene (Piazza San Domenico Maggiore)

10/36 Un canto di Sirene (Piazza San Domenico Maggiore)

Tutta Napoli incentra la sua storia con le sirene, dalla prima, Partenope che trovò ospitalità sulla collina di Pizzofalcone dove nacque il primo nucleo abitato. Delle sirene si ascolta ancora il canto, quello ammaliante che trascina le navi alla deriva, un po’ proprio come accade oggi nelle nostre strade, tra l’abbandono e l’indifferenza.

È delle sirene di piazza San Domenico però che voglio parlare, quelle che fanno da base alla guglia dedicata al santo. Una struttura di impianto barocco collocata al centro della piazza (tra le più belle della città), in grado di inneggiare a quella cultura domenicana rappresentata dall’imponente mole della chiesa con l’annesso convento dove insegnò teologia San Tommaso d’Aquino. Un obelisco che rappresenta l’essenza stessa di uno spazio, cuore del centro antico, racchiuso in un quadrilatero di imponenti costruzioni custodi e testimoni di storie e aneddoti che nutrono la storia stessa di Napoli. Realizzato lentamente nell’arco di quasi un secolo, si mostrò completo solo nel 1737 con l’intervento di Domenico Antonio Vaccaro, celebrato artista del tempo. Sulla base quadrangolare si affacciano loro, le Sirene che candide nel marmo spuntano in aggetto sulla piazza animata dalle voci e dai turisti.

Sensuali e procaci assommano un senso profano di mondanità alla religiosità della struttura che s’innalza verso l’alto conducendo all’apoteosi la statua del santo. Sentinelle vigili dai capelli morbidi e diffusi dove lieve si appoggiano per qualche tempo dei fiorellini spontanei ad esaltarne la femminilità. Donne fatali in una delle piazze dove si consumò uno dei più efferati eccidi d’amanti, dopo quello di Paolo e Francesca. Nel palazzo De Sangro, infatti, quello che prese il nome del famoso principe Raimondo, nel Cinquecento, abitava un altro nobile, Carlo Gesualdo da Venosa, che all’età di vent’anni, il 28 maggio 1586, con dispensa papale, sposò la cugina Maria D’Avalos celebrando le trionfali nozze nell’adiacente chiesa di San Domenico Maggiore. Maria, nel fiore della sua giovinezza e del suo fulgore, ben presto s’invaghì del Conte d’Andria, Fabrizio Carafa che in breve divenne suo amante. Non vi fu ostacolo che impedisse i loro incontri e anche il palazzo di famiglia si mutò in alcova della loro sfrenata passione. Un giorno però, Gesualdo, messo al corrente del tradimento finse di andare a caccia nel non lontano bosco degli Astroni, avendo ben cura di rimarcare alla consorte quella sua assenza cosicché nella notte tra il 16 ed il 17 ottobre 1590 poté mettere in pratica la sua vendetta. Maria e Fabrizio, colti in fragranza di adulterio nel talamo nuziale, furono barbaramente trucidati per mano dello stesso principe che dovette riparare a Gesualdo, che, macerato dalle sue pene divenne un madrigalista di fama mondiale.

Questa storia però le Sirene non la videro, non erano ancora state neppure immaginate dal loro scultore, l’obelisco fu realizzato molti anni dopo, quando della tragedia restava in piazza solo l’eco e l’ozio dei nuovi nobili che avevano soppiantato quelli vecchi. Ed oggi ai loro occhi appaiono le folle che caotiche si spingono nelle stradine adiacenti alla ricerca della tradizione e del ristoro, che quello vero però si assapora solo d’estate, di prima mattina, all’ombra dell’obelisco seduti al tavolino di un bar, mentre intorno c’è ancora il silenzio che echeggia dei passi di qualche lesto passante che sfila per le vie ancora assonnate.

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