Ho trovato un pezzo di poesia (e d’infinito)

Gennaro Villani (1885-1948), Veduta di Napoli. Olio e matita su cartone, cm 18x23

Gennaro Villani (1885-1948), Veduta di Napoli. Olio e matita su cartone, cm 18×23

Forse troppo spesso viene sottovalutato il valore terapeutico dell’arte e della bellezza di cui è portatrice. Nel corso delle mie ricerche mi sono imbattuto diverse volte in alcune opere capaci di riportare a galla le emozioni sopite.

È una piccola veduta questa, un po’ più grande di una cartolina e ci sono dipinte sopra poco più che alcune macchie di colore, poche ma intense e capaci di produrre con poesia una delle più belle viste della mia città. C’è il Vesuvio che domina il panorama e al centro si staglia la collina di Pizzofalcone, laddove ha avuto origine Partenope e in mezzo al mare la mole di tufo di Castel dell’Ovo. Ci sono delle pennellate corpose di colore, dell’olio stemperato quasi senza diluire, su un azzurro che mostra la luce del golfo di Napoli.

È da una finestra o molto più probabilmente da una terrazza che l’autore ha ritratto nell’essenza la meraviglia di questo luogo bello e dannato.

Ha qualcosa di impressionista questa piccola opera, delle piccole sensazioni capaci di smuovere ricordi e pensieri, come quello di quando ero bambino e mi affacciavo dal balconcino di casa di mia nonna. Una di quelle grandi e strane case napoletane sui quartieri spagnoli, con un lungo corridoio pieno di anfratti e piccoli spazi usati come depositi di cose che non si utilizzano mai ma che è normale che si conservino. Uno spazio profondo e scuro che si illuminava sul fondo proprio con quel balconcino -che ricordo sempre spalancato- dal quale si poteva guardare quello squarcio di infinito, con la mole del Vesuvio che sopra tutto dominava la scena, con bello e col cattivo tempo, e da sotto salivano le voci della strada.

Ci sono eventi e storie che scorrono, ma le sensazioni restano e con loro i ricordi di tutto quel bello che ce li ha resi eterni e confortanti, proprio come quella vista di quella montagna gigante sopra la quale mi piaceva pensare abitassero delle figure fantastiche con le quali si poteva parlare solo a guardare verso di loro.

Ho (ri)trovato con questo quadro un pezzo di poesia e il pezzo di infinito di una storia che prosegue, anche fuori da quella casa e lontano da quegli affetti.

Tutte hanno scritto ‘e Napule canzone appassiunate,

tutte ‘e bellezze ‘e Napule sò state decantate: 

da Bovio a Tagliaferri, Di Giacomo a Valente;

in prosa, vierze e musica: ma chi po ddi cchiù niente?

Chi tene ‘o curaggio ‘e di’ quaccosa 

doppo ca sti puete gruosse assaie

d’accordo songo state a ddi una cosa:

ca stu paese nun se scorda maie.

Sta Napule, riggina d’ ‘e ssirene,

ca cchiù ‘a guardammo e cchiù ‘a vulimmo bbene.

‘A tengo sana sana dinto ‘e vvene,

‘a porto dinto ‘o core, ch’ aggia fà?

Napule, si comme ‘o zucchero,
t
erra d’ammore – che rarità!

Zuoccole, tammorre e femmene,

è ‘o core ‘e Napule ca vò cantà.

Napule, tu si adorabile,

siente stu core che te vò di:

“Zuoccole, tammorre e femmene,

chi è nato a Napule nce vo murì”.

Antonio de Curtis (Totò)

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