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6/36 UNA MUSICA ABBAGLIANTE
(Palazzo Reale. Teatrino di Corte)

6/36 Una musica abbagliante (Palazzo Reale. Teatrino di Corte)

6/36 Una musica abbagliante (Palazzo Reale. Teatrino di Corte)

A Napoli la musica si respira per le vie. Ad ogni angolo del centro si può annoverare il nome di un autore o seguire il filo melodioso di qualche nota composizione. È la musica era il pane quotidiano pure al tempo dei Borbone che non mancavano mai alle rappresentazioni pubbliche, fosse solo anche per farsi notare. Nel 1737, infatti, quando fu inaugurato il più bel teatro d’Europa, dedicato a San Carlo in onore di quel sovrano III dei Borbone, illuminato, spagnolo e di grande cultura, tutti i palchetti furono dotati di uno specchio, collocato di sbieco affinché permettesse a tutti gli ospiti di spiare nel palco reale le reazioni del monarca; nessuno poteva applaudire anticipandone gli apprezzamenti. Non passarono molti anni che Ferdinando, il figlio di Carlo, volle anche a Palazzo un teatro capace di ospitare le opere e le melodie dei compositori in auge, fu così che nel 1768, quello scrigno prezioso divenne il Teatrino di Corte che di vicende ne ha viste tante fino a quando quel giorno del ’43 fu parzialmente sventrato dalla bomba che incendiò quell’ala di Palazzo Reale, nel lato che affaccia sul Plebiscito. Ma le dodici statue, quelle in cartapesta e gesso, che raffigurano Apollo, Minerva, Mercurio e le nove muse che si dispongono in alto, lungo le pareti, hanno superato non senza danno le beffe del tempo e dopo circa duecentocinquanta anni ed un accurato restauro accolgono ancora benevolmente gli ospiti nelle rare occasioni di incontro.

Tra i riflessi di luce si ode ancora oggi la magnificenza di quella cultura musicale che fece di Napoli un luogo eletto, capace di ospitare al San Carlo, poco distante e fisicamente addossato al Palazzo, finanche Mozart che nel 1778 fu accolto tra gli spettatori illustri, e dopo di lui Rossini, Donizetti e Verdi solo per citare i più famosi ospiti del Massimo divorato da un incendio nella notte del 13 febbraio 1816 e ricostruito amorevolmente in appena nove mesi grazie a quella passione diffusa e incondizionata per l’arte e la melodia.

Ma a Napoli la musica era (è) di tutti e si faceva per le strade e nelle osterie, lasciando sospeso per l’aria un senso di contagiosa allegria, anche laddove mancavano gli stucchi e gli agi di una classe regnante esclusivamente dedita al divertimento.

Ma Napoli era (è) così, tra divari sociali e infelicità popolari, tra indomiti masanielli e tenaci conservatori, c’era (c’è) quel legame lieve e solido insieme capace di scatenarsi e sostenere all’unisono le sorti di luogo magico e strano al tempo stesso, dove la musica e l’opera riuscivano a mescolarsi anche con la vita di tutti i giorni. Dove anche le idee più solide si scioglievano nell’arco di poche ore all’arrivo di un nuova brezza, come lo stemma dei Borbone sul palco reale del Teatrino che fu spazzato via e sostituito da quello dei Savoia. Il vento era cambiato nuovamente.

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