Acv Acv 3

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SAN GENNA’
(Piazza Riario Sforza)

3/36 San Gennà (Piazza Riario Sforza)

3/36 San Gennà (Piazza Riario Sforza)

C’è stato un tempo che qui in via dei Tribunali non c’era ancora la chiesa del Pio Monte di Misericordia, ma quando Caravaggio vi giunse nel 1606 vi dipinse già le Sette Opere, forse la sua tela più teatrale, probabilmente l’unica foto reale di quei giorni in una via della città più popolosa del regno. Ora sull’altare del Pio Monte quella scena vive quotidianamente che pare si ascoltino le voci dei vicoli e gli schiamazzi dei bambini che proseguono ininterrottamente tra l’andirivieni dei grandi.

Al piano di sopra, in uno di quegli spettacolari palazzi antichi, con le stanze una dopo l’altra, c’è la raccolta di opere che racconta altri pezzi di questa bella storia. C’è il tavolo dei sette nobili, quelli che ancora amministrano i fondi rivolti alla beneficenza ed all’assistenzialismo. Sono loro gli eredi di quei sette che commissionarono la tela al pittore fuggiasco che giunse da queste parti perché aveva ucciso quel Ranuccio Tomassoni che durante una rissa a Roma, a Campo Marzio «il diede a morte» meritando la pena capitale.

Ora da quel primo piano del museo, nella stessa stanza da dove si può segretamente guardare le Sette Opere sull’altare in basso, di fronte, sull’altro lato s’apre un balcone dalla vista magnifica. Di qui si ammira la navata del duomo, con le sue mura possenti, in quella fase di passaggio dal gotico al rinascimento; il suo lato migliore perché la facciata è frutto di una forzata invenzione del Novecento. Da quell’affaccio sembra di poter stringere la mano a San Gennaro che svetta sull’obelisco, il più antico tra quelli elevati a tutela della città per l’ennesima scampata eruzione, che pure Caravaggio non vide perché fu completato solo nel 1660. E subito dietro al santo s’innalza quella meravigliosa cupola della cappella, quella a lui dedicata, una delle più alte del panorama cittadino.

E tutta questa bellezza è in quella piazzetta Riario Sforza che già dal nome evoca il passato glorioso di Neapolis, quella dei Seggi, coi nobili a trascorrere il tempo in balli ed ozi per emulare i loro sovrani. Nobili i cui cognomi ancora girano per le vie, quelle buone della città che in alcuni palazzi ancora evocano i fasti del tempo perduto. E mentre guardavo fuori dalla stanza in quei bellissimi toni pastello pensavo proprio a quegli aristocratici che si spartirono la città, e in un caso, pure Caravaggio, che visse per qualche tempo dai Colonna a palazzo Cellammare, oggi in quel della Napoli bene che nel Seicento fu anche dimora del pittore che vi trovò rifugio presso i parenti della marchesa, un luogo dove vi dipinse una Maddalena in estasi, d’una bellezza tale da inquietare, carica di pathos e naturalezza; una magnificenza tormentata in piena sintonia con questa città che incanta e squarcia il cuore dietro ai vetri d’un balcone.

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