Le Fifre

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Ne regardez plus les tableaux voisins.
Regardez les personnes vivantes qui sont dans la salle.
E. Zola, a difesa di Manet, su l’Evénemet, 7 maggio 1866

Questo post è per Dafne.

Edouard Manet, l’autore dell’Olympia che tanto diede scandalo per quella sua nudità spudorata, nacque in una famiglia agiata nella Parigi degli anni trenta dell’Ottocento e fu ben presto destinato agli studi giuridici per seguire le orme paterne, ma la sua indole si mostrò chiara da subito ed all’età di diciassette anni, con il consenso inevitabile dei genitori (che lo costrinsero ad un viaggio in Brasile pur di dissuaderlo) intraprese la sua carriera, che si rivelò poi carica di successi. Manet non amava l’accademismo; non voleva essere costretto in rigide regole. Da queste premesse iniziò ben presto a viaggiare per conoscere l’arte che lo aveva preceduto e fu dapprima in Italia, poi in Spagna e poi di nuovo in Italia. Divenne copista al Louvre e forte, la sua passione, fu rivolta proprio ai capolavori italiani e spagnoli.

Molte di quelle caratteristiche sono evidenti nelle sue opere, ma quella che più di tutte – secondo me – chiaramente mostra un’aderenza a quei modelli è Le Fifre, l’altro spettacolare capolavoro, per cui varrebbe la pena di scappare a Venezia in questi ultimi giorni di mostra “Manet, ritorno a Venezia”, molto bene allestita nei monumentali spazi di Palazzo Ducale.

Le Fifre (le jouer de fifre), tela dipinta nel 1866, partecipò al Salon dello stesso anno, ottenendo come di consueto un netto rifiuto.

Edouard Manet, Le Fifre, 1866. cm 168 x 98. Musée d'Orsay

Edouard Manet, Le Fifre, 1866. cm 168 x 98. Musée d’Orsay

C’è da dire che a Parigi il Salon, rappresentava l’evento principe del settore artistico, dove, dopo accurate selezioni (fatte dalle solite commissioni blindate agli stereotipi tradizionali), erano  ammesse le opere che più aderivano ai canoni estetici del tempo. Nel 1863, a fronte di un gran numero di opere non ammesse e dopo le forti polemiche degli artisti estromessi, Napoleone III fu costretto ad istituire un evento parallelo, il Salone dei Rifiutati, dove tra i primi ammessi ci fu proprio Manet, che, da come ci racconta, l’amico e letterato Zola, era considerato un giovane imbrattatele che si richiude per fumare e bere con bricconi suoi coetani. Ebbene, quando ha vuotato botti di birra, l’imbrattatele decide di dipingere qualche caricatura e di esporla perché la gente si burli di lui e ricordi il suo nome.

Ritornando al 1866, il Suonatore di flauto, è nella sua estrema semplicità, un’opera che racchiude tutta la forza pittorica dell’artista francese. Su di uno sfondo grigio e piatto, si staglia nitida la figura di un piccolo musico con la sua divisa, con il giubbetto coi galloni dorati, i pantaloni rossi con la riga nera e le ghette. Anche questo soggetto nella sua semplicità, fu denigrato e considerato al pari dell’insegna di un costumista!

Ma la bellezza di questa tela non si può spiegare. Occorre porsi di fronte ed ascoltare il suono dello strumento, restare ipnotizzati da quel volto estremamente semplificato eppure tanto forte da restare basiti. È qui che si legge tutta la riconoscenza all’arte spagnola. È qui che non si può fare a meno di pensare alle figure di Velasquez che Manet potè ammirare al Louvre ed in Spagna: quei personaggi della serie dei nani e dei buffoni, assoldata per allietare la corte spagnola (e proprio su  Velasquez è il caso di ricordare che le sue opere influenzarono non solo Manet, ma anche tanti artisti del Novecento, tra cui Picasso e Bacon, solo per citare i più famosi).

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È in quei contorni netti che delimitano l’intera figura che ci si innamora di una semplificazione che come ebbe a dire sempre Zola, non credo che si possa ottenere un effetto più potente con mezzi meno complicati.

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