Une femme de plaisir

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[…] Nel 1865, Édouard Manet è ancora ammesso al Salon, espone un Christ insulté par les soldati, e il suo capolavoro, Olympia. Ho detto capolavoro, e non ritiro la parola. Sostengo che questa tela è veramente la carne e il sangue del pittore […]
Émile Zola

È Olympia la regina della Serenissima, nella mostra “Manet, ritorno a Venezia” che si può ammirare ancora per qualche giorno in laguna. Ammiccante e trionfale nella sua nudità si dispone con tutta la sfrontatezza dei suoi pochi anni.

La modella, Victorine Louise Meurent

La modella

Giovane e spavalda mostra il suo corpo nudo avvolto dal candore di una carne fresca (di baudelairiana memoria) offerta allo spettatore che ne teme lo sguardo. La sensualità di questa donna, une femme de plaisir fu definita in quegli anni, è prorompente, con quella sua freschezza che è oggetto stesso della tela in cui la donna è presa nella sua normalità, perché come disse Zola, letterato, ammiratore ed amico di Manet, l’artista raffigurava la verità per quello che era.

Con quel fiore tra i capelli Olympia (che ha il volto della modella Victorine Louise Meurent che all’epoca del ritratto aveva 19 anni, divenne la preferita di Manet), che con naturalezza cerca di coprire la sua nudità, si staglia sul letto appena scomposto, nel trionfo di un bouquet colorato che qualche ammiratore ha appena consegnato alla serva di colore.

Edouard Manet. Olympia (1863)

Edouard Manet. Olympia (1863)

La bellezza di questa femme, dalla travolgente contemporaneità, è resa ancora più forte e solida dalla presenza di un’altra donna, quella Venere di Urbino dipinta nel Cinquecento dal pittore cadorino Tiziano Vecellio per Guidobaldo della Rovere, opera che fu modello ispiratore per l’artista francese.

Tiziano Vecellio. La Venere di Urbino (1538)

Tiziano Vecellio. La Venere di Urbino (1538)

Mai un raffronto così diretto si era avuto nell’ambito di una mostra e nessuna riproduzione fedele sarà mai in grado di trasmettere le stesse emozioni, ne gli stessi colori. Si è tentato qualcosa di simile col Vermeer a Roma l’inverno scorso, ma i dipinti si distaccavano di qualche decennio. Ora, tra l’uno e l’altro capolavoro, si susseguono più di trecento anni. È una gara di sensualità. È un trionfo della bellezza. È la ricerca dettagliata delle analogie e delle differenze. Di quest’ultime la più evidente è la sostituzione di quel cagnolino (simbolo di fedeltà) nell’opera cinquecentesca col gattino nero che prorompe sul letto di Olympia.

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L’Olympia fu esposta per la prima volta in pubblico nel 1865 pur essendo stata realizzata due anni prima. Il clamore fu tanto che negli ultimi periodi dell’evento, gli allestitori decisero di spostare il quadro in un’area più nascosta, accorgimento che tra l’altro servì a ben poco. Tutta Parigi parlava dell’Olympia, davanti alla quale “La foule se presse comme à la Morgue… L’art descendu si bas ne mérite pas qu’on le blame” (Paul de Saint-Victor). Quella donna era sfacciatamente provocante, proprio come une femme de plaisir, con la sua insolenza ed il suo spudorato ardore era un invito alla trasgressione

Edouard Manet

Edouard Manet

L’arte di Manet, giustamente considerato dalla critica, padre dell’impressionismo, è la modernità che si ripropone a Venezia che in questi giorni pure non manca di innovazione con la grande esposizione della Biennale. Ma le tele dell’artista francese, a distanza di un secolo e mezzo circa, a mio avviso, si mostrano in tutta la loro freschezza con tutta quella leggerezza “solida” di un tratto che già si colorava impavidamente, anticipando le ombre blu degli impressionisti.

Per chi non fosse amante di Olympia, la mostra merita comunque una visita, c’è l’altro capolavoro abitualmente custodito al Musée d’Orsay, Le Fifre, si può restare ad ammirarlo per ore.

Edouard Manet. Le Fifre

Edouard Manet. Le Fifre

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