Un Carnevale Tropicale

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Che poi sei a Parigi, girando per le strade senza accorgerti del tempo che passa, perché qui il sole tramonta tardi che fino alle dieci di sera sembra di essere ancora in pieno giorno. E poi stranamente senza pioggia e con un venticello fresco che ti toglie l’afa di dosso ti trovi improvvisamente nel mondo, tra un passato mai troppo distante ed un presente carico di aspettative e normalità. In uno spazio dilatato dove tutti si incontrano e comunicano a suon di musica e colori. Un luogo dove le sinergie e le fusioni hanno prodotto tolleranze ed amicizie accorciando le distanze. È così che per caso poi ti trovi sul XX arrondissement nel Carnevale Tropicale, dove ogni comunità mostra divertita ed orgogliosa i propri costumi ed allora ti viene da pensare come sarebbe molto più bello il mondo dove tutti potrebbero essere se stessi ed essere orgogliosi delle proprie origini; c’è da rispettare le regole del luogo in cui si trova, ma quello è d’obbligo e diventerebbe perfino una soddisfazione. Poi come in tutti i mondi anche qui da queste parte ci sono problemi di integrazione (ci sono le banlieues), ma poi passeggi per strada, vai in metrò e ti rendi conto che rispetto a casa tua, tutti si muovono nello stesso spazio e con gli stessi diritti. Che le persone di colore, quelle asiatiche e tutti, ma proprio tutti, si sono integrati in quel di Parigi dove vivono senza fare solo il vu cumprà. Ci sono le coppie miste e sono tante, ci sono le famiglie con tanti bimbi e ciascuno diverso, ci sono i giovani magrebini in giacca e cravatta con la ventiquattrore. Di certo ci sono anche gli altri, quelli meno fortunati che vivono in disparte e non sono ancora integrati, ma non così tanti come ci sono dai noialtri. E allora continui a pensare, mentre intanto la musica tribale continua a suonare ed il sole si avvia al tramonto, che dalle tue parti c’è proprio qualcosa che davvero non funziona, che non vuole essere cambiata se tutte le persone di colore (con piccole eccezioni) le trovi solo ai semafori o fuori i supermercati a chiedere l’elemosina o lungo i corsi cittadini con le loro precarie bancarelle in cartone e senza dignità, qui da noi, dove deputati idioti non hanno più ritegno neppure di fronte alle autorità. E allora pensi sempre lo stesso, anche se ti sei distante solo due ore di aereo, che per loro da noi non c’è crescita; si vabbé c’è la crisi, ma anche prima era lo stesso. Ma poi continui a pensare e a chiederti tante cose, rischiando di perderti tutta le bellezza di questo corteo che mette insieme sorrisi ed applausi spontanei di tutti i colori.

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27 responses to “Un Carnevale Tropicale

  • tramedipensieri

    …quanto “lavoro” da fare
    .ancora 😦

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  • Lia

    Dopo l’ultimo (osceno) episodio (parlamentare) provo solo vergogna

    […] arrivo all’impudenza
    di dire che non sento
    alcuna appartenenza.
    E tranne Garibaldi
    e altri eroi gloriosi
    non vedo alcun motivo
    per essere orgogliosi

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  • Silvia

    Davvero bello caro Lois……e sì, il discorso è sempre quello, ciò che è da cambiare innanzitutto è “la testa”….la mentalità che qui è davvero sbagliata…..e, comunque, come dice sempre un Prefetto molto in gamba che è stato qui tempo fà……”Il pesce puzza sempre dalla testa!”
    Buon inizio settimana!

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  • mondidascoprire

    Penso che approfondendo la storia francese , scopriamo che l ‘integrazione è passata attraverso il colonialismo, e poi la Francia che ha il suo motto nella fmosissima ” Libertè,Egalitè, Fraternitè”, passi anche lei dalla ferita dell’ideologia, come sta avvenendo adesso e per cui tanti si stanno muovendo, i Veilleurs….
    “La tirannia è sempre meglio organizzata della libertà.”
    CHARLES PEGUY

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  • ludmillarte

    “tutti si muovono nello stesso spazio con gli stessi diritti” (e gli stessi doveri). meraviglioso…forse se ci esercitiamo ancora un po’ con i ‘colori’… chissà. grazie

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  • Cam

    Proprio noi che siamo stati colonizzati da centinaia di popoli discutiamo di etnie e razze, che scemi. 😀
    A parte questo, veramente belle le foto che hai postato.

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  • edp

    e beato te che ci sei.

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  • Ralph Magpie

    Parigi ha una tradizione multietnica che ci sogniamo. Ma non è sempre tutto oro quello che luccica: non dimentichiamo i quartieri ghetto e le ribellioni di qualche anno fa.

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    • lois

      lo avevo scritto nel post… non dimentichiamoci delle banileues. È ovvio che non è tutto oro quel che riluce, ma insieme agli episodi di rivolta c’è molto altro di buono, da noi invece…

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  • cacciatricedisogni

    Bello il tuo articolo, purtroppo è proprio come
    hai detto. Qui siamo lontani anni luce da tutto
    questo, e finchè ci saranno ministri che si
    permettono di fare battute infelici a chi è di colore,
    non si andrà molto lontano. Il peggio è che sempre
    questo ministro, ne ha fatte altre di bravate, ed è
    sempre lì al suo posto. Che tristezza.

    Davvero stupende le foto, buon tutto, Lori.

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  • penna bianca

    Purtroppo è molto vero quello che dici.Oggi ho sentito un’intervista fatta alla figlia del ministro Kiengie. Una ragazza di diciassette anni, nata in Italia, parlare con accento modenese e dire frasi e concetti bellissimi, con la naturalezza e la fiducia nel mondo tipico dei giovani. “Il razzismo è una forma di ignoranza” ha detto lei nel corso dell’inervista.Con una dignità e un orgoglio raro.

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    • lois

      Gli italiani hanno la memoria corta, rispetto al passato ed al loro trascorso di emigranti. Ma è pur vero l’altro lato assurdo delle vicende tutte nostrane; come si puó ‘rieducare’ una popolazione che ha degli stupidi governanti? Quale sarà mai il timore che puó nutrire un razzista in considerazione che un esponente del governo in carica (già ex ministro) spara cazzate a più non posso senza mai subire un vero e proprio ammonimento? In altri Paesi civili (e qui mi ripeto), quel ‘signore’ sarebbe stato mandato a casa per molto ma molto meno e già dalla prima volta.

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      • penna bianca

        Hai ragione. qui chi dovrebbe dare il buon esempio o quanto meno rivestire un ruolo esemplare le dice grosse e rimane dov’è. Avevo letto un bel libro sul nostro passato di immigrati .”L’ orda. Quando gli albanesi eravamo noi” di Antonio Stella. ciao

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  • marco

    L’Italia è un paesello veramente curioso c’è un vice presidente del senato che sostiene di vedere nel volto della ministra nera quello una scimmia, dimenticandosi che quando passa davanti allo specchio vede quello di una scrofa!

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  • pablo

    Forse anche qui da noi bisognerebbe cominciare con un grande carnevale, che tanto di idioti mascherati da politici, da manager, da allenatori, filosofi, poeti e navigatori ne abbiamo già tanti.
    Pablo

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  • gelsobianco

    Ah, povera Italia che sta divenendo troppo squallida!
    Belle fotografie, Lois!

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  • iraida2

    Eh sì, dalle nostre parti davvero qualcosa non funziona, se una ragazzina di 17 anni, dopo che si è sentita dire che sua madre somiglia ad un orango, ci deve dare lezione di civiltà!!
    Che splendide foto!!!!!grazie

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  • marco

    Le tue bellissime foto mi hanno portato alla seguente riflessione…

    L’impiego del colore negli abiti è inversamente proporzionale alla cultura, e al potere economico di una società.

    Mi spiego, noi qui in Europa abbiamo mediamente un buon livello culturale e un tenore di vita decisamente sufficiente (non durerà ancora molto) se lo paragoniamo alla media di quello dell’America Latina o a quello dei paesi emergenti come l’India per fare alcuni esempi
    Quindi, verrebbe da pensare che siamo felici, appagati, con ristoranti sempre pieni e aerei pronti a qualunque nostra esigenza lavorativa e/o vacanziera.
    Ebbene tutto questo benessere dovrebbe tradursi in una manifestazione colorata invece si traduce in un abito nero, da anni tutti e in particolar modo le signore si vestono di nero, colore un tempo riservato al dolore del lutto al ripiegamento su se stessi per ricordare una perdita cara.
    Le donne del Sud per molto tempo si sono vestite di nero e hanno potuto liberarsene solo per poco tempo, poi le nuove generazioni seguendo la moda imposta dai vari stilisti hanno ripreso a vestirsi di nero.
    Perchè mi chiedo io dobbiamo seguire una moda e non invece la gioia di vivere, perchè nei paesi più poveri è il colore a dominare il campo del vestiario e invece in quelli ricchi è il nero.
    Il nero di per se è un colore infelice, raramente un pittore lo utilizza nella sua tavolozza
    Caravaggio lo sfruttava per dare spazio alla luce ed enfatizzare i suoi personaggi il suo fondo nero nemmeno si vede è una scenografia per il colore.
    Noi invece tranne qualche rara eccezione siano contornati da persone che vestono il nero.
    Si puo’ essere a Roma a Milano a Parigi o a Montecarlo, si è presi d’assalto dal nero.
    Alcuni sostengono che è elegante, forse, ma triste.
    Io adoro invece i colori allegri quelli degli abiti indiani, o quelli dei cileni, quelli del carnevale di Rio.
    Il colore è gioia di vivere, anche nella povertà più assoluta.
    Il nero anticamera della morte anche nella ricchezza più assoluta….

    marco

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    • lois

      Ciao Marco, la tua mi pare una buona intuizione. Probabilmente tutto sta nell’approccio alla vita che differisce enormemente tra noi e loro. Noi siamo sempre in affanno anche nelle migliori opportunità di vita e anche quando siamo circondati di ogni bene; il loro stile di vita è invece più di vivere la vita nelle forme in cui si presente (anche nei luoghi più poveri, vivono con una serenità maggiormente accentuata,senza “l’ansia da prestazione” che ormai noi tutti abbiamo per ogni minima cosa. È forse una questione sociale che nasce dal pensiero occidentale che nei secoli si è infiltrato pesantemente nei corridoi della psiche fino a farci sentire tutti carenti di qualcosa?
      Di certo con tutti quei colori e quella ricchezza di abiti (fatti poi di materie povere…), l’allegria e la bellezza nasce con poco!

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  • semprevento

    …delle bellissime foto e nasce una catena di riflessioni che spaziano in lungo e in largo.
    Di lavoro ce n’è così tanto da fare!!
    Lo dico spesso anche io che gli italiani hanno la memoria corta e dimenticano quanta fatica e dolore quando si imbarcavano verso nuovi lidi come l’America.
    Ricordo di aver letto un piccolo trafiletto su un giornale locale.
    in cui si descriveva come arrivavano gli emigrati, in quali condizioni e con che cosa…..la ragazza originaria del Marocco, rimase allibita quando capì che stavano descrivendo gli italiani…

    Occorre consapevolezza in tutto e buona memoria, soprattutto quella.
    Molto lavoro c’è da fare e chissà se mai raggiungeremo un’uguaglianza intellettuale che ci permetta di essere chiamati ” esseri umani”

    Mi è piaciuta molto la riflessione sui colori di Marco……
    Ciao Lois….è sempre un piacere leggerti e leggere i tuoi amici.
    Buon week end
    v.

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    • lois

      Grazie sempre a te. Lois

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    • marco

      I nonni paterni fuggirono dall’italia e dalla fame nel 1910 per rifugiarsi in Canada, li nel 1915 nacque mio padre.
      Il Governo canadese vedeva di buon occhio questi gran lavoratori europei ai quali diede casa, terreno e boschi per lavorare e far legna per l’edilizia locale.
      La vita dai racconti di mio padre e delle zie nate a Revelstoke in provincia di Vancouver scorreva lieta e felice, mai un accenno alle loro origini,
      anzi spesso gli abitanti insistevano affinchè anche loro malgrado l’indole riservata partecipassero alla vita sociale.
      Poi il nonno si ammalo’ e volle finire i suoi giorni in Italia, la nonna, donna pratica e consapevole della miseria lasciata disse alla figlia più grande “spero che il bastimento affondi”
      Tanta era la sua disperazione, in Canada avevano tutto e ritornavano nel 1922 nell’abisso dell’Italia Fascista.
      Ci volle un mese di navigazione, dopo un mese il nonno morì

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      • lois

        corsi e ricorsi della storia. Il principe di Salina lo diceva dall’alto della sua decadente solidità: tutto cambia perché nulla cambi.
        Ormai sono decenni che in Italia va in onda il teatrino della politica, senza forme ne colori, ed oggi ne abbiamo la riprova dello schifo in cui ci stanno buttando

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  • ilnotiziabile

    Che bella Parigi d’estate!

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