Anche Goering ebbe il suo Vermeer

Fu pagato 1.650.000 fiorini, una cifra stratosferica negli anni Quaranta, Cristo e l’adultera nel ’42 rappresentò solo una delle migliaia di opere d’arte razziate dal Reich, di cui Goering il fedelmaresciallo, era ingordo e irrefrenabile accumulatore (giusto per dare un parametro, il 23 novembre del ’42 a Parigi è registrato un treno in partenza per Berlino, trasportava settantasette casse colme di arazzi, sculture e quadri del museo Jeu de Paume divenute proprietà tedesca).
Di Vermeer solo all’inizio del Novecento si cominciò ad apprezzarne il valore e la modernità. La sua meticolosità tecnica e la sua tecnica di definizione a puntini, antesignana del pointillisme post-impressionista, aveva svelato il valore immenso della sua presenza nel mondo dell’arte.

La lattaia di Vermer - Rijksmuseum di Amsterdam (si può notare l'uso dei puntini di colore)

La lattaia di Vermer, part. – Rijksmuseum di Amsterdam (si può notare l’uso dei puntini di colore)

Del pittore olandese non si conoscono le fasi orginarie, nessuno è stato in grado di individuarne le principali prove pittoriche, mancano documenti e tracce. Col tempo la critica è stata in grado di mettere insieme quattro dipinti che potrebbero (non unanimemente) rappresentare la produzione giovanile di Vermeer, tra questi Cristo in casa di Marta e Maria, un tema religioso che poi verrebbe definitivamente abbandonato dall’artista.

Vermeer, Cristo nella casa di Marta e Maria (National Gallery di Edimburgo)

Vermeer, Cristo nella casa di Marta e Maria (National Gallery di Edimburgo)

Nel 1937 poi, improvvisamente apparve sul mercato una Cena in Emmaus, la firma era quella di Vermeer, era il dipinto che tutti aspettavano. Una scoperta eclatante che sobbalzò il mondo dell’arte. Vermeer era un artista ancora tutto da scoprire. Era l’anno in cui Picasso dipinse Guernica.

La cena in Emmaus di van Meegeren

La cena in Emmaus di van Meegeren

Han van Meegeren era nato nato nel 1889, l’anno in cui Van Gogh dipingeva i girasoli e i suoi colori esplodevano in tutta la loro brillantezza nelle tele che nessuno voleva. Era un artista, ma le sue opere non piacevano, nessuna galleria era disposta ad ospitarlo. poi un po’ per necessità, un po’ per sfida decise che era giunto il momento di prendersi gioco della critica e soprattutto di fare soldi con quelle che erano le sue capacità. Decise di falsificare degli artisti noti. Il suo intento però non era di quello copiare, ma quello di creare. Lui avrebbe prodotto delle opere nello stile di. Vermeer era la vittima sacrificale. Di lui non si sapeva molto. Documenti che parlassero di lui non erano in alcun archivio e le sue opere erano limitate e sparse nel mondo. Della sua fase giovanile non si conosceva niente. Si, Vermeer era proprio la vittima sacrificale.

Han van Meegeren impiegò quattro anni per raggiungere quel livello artistico che si fece beffa del mondo della cultura. Iniziò a studiare le opere da vicino, quelle del Seicento e studiò i colori, quelli naturali e la loro preparazione. Acquistò con pochi mezzi le tele di artisti sconosciuti di quegli anni, cosa che le consentiva di poter utilizzare tele e telai del XVII secolo. Fu così che acquistò una di quelle opere che avevano poco mercato e con una tecnica paziente e minuziosa, scrostò a poco a poco i livelli di pittura, facendo attenzione a non perdere quelle tracce di craquelure (le spaccature che provocate dal tempo sulle superfici pittoriche) che gli avrebbero consentito di creare una nuova pittura in grado di contenere i segni del tempo. Il soggetto iconografico, la Cena in Emmaus, era un tema con cui tutti i grandi artisti si erano cimentati, quindi non avrebbe destato sospetti. Comprò i materiali adatti per realizzare i colori seicenteschi e tra questi i lapislazzuli, una pietra costosissima di cui Vermeer faceva grande uso. Quel blu lapislazzuli, gli avrebbe consentito di dipingere le vesti del Cristo. Comprò poi degli oggetti seicenteschi, inclusa una brocca smaltata bianca, molto simile a quella presente nelle tele di Vermeer. Poi però occorreva dare storicità all’opera e, van Meegeren costruì un forno adatto a seccare la pittura ad olio (che impiega anni per seccarsi totalmente) e gli strati di vernice apposti in superficie. Terminato il processo di invecchiamento, la tela veniva poi arrotolata creando ulteriormente craquelure sulla superficie dell’opera e infine, passata con inchiostro di china che infiltrandosi nelle spaccature avrebbe dato quel valore di sporco sedimentato dei quadri storici; infine, il quadro veniva nuovamente montato sul telaio (fragile e precario essendo del Seicento). A quel punto il lavoro fu firmato e la firma era quella del pittore olandese.

Era il 1937 e la Cena in Emmaus era pronta per affrontare il mercato.

Attraverso diversi passaggi l’opera fu mostrata ai critici e ai principali studiosi di quell’artista che non ebbero dubbio: era stato ritrovato un importante tassello dell’attività di Vermeer (la scoperta fu riportata anche dal Burlington Magazine, storica istituzione della critica d’arte).
Han van Meegeren ottenne la sua vittoria, aveva vinto su quel mondo che lo aveva rigettato e il quadro fu acquistato da un facoltoso imprenditore per la somma di 520.000 fiorini; scoperte di questo genere non si potevano lasciare nelle grinfie dei tedeschi.

La Cena in Emmaus di Han van Meegeren

La Cena in Emmaus di Han van Meegeren

La vita di van Meegeren si rivoluzionò, divenne ricco e il piacere della bella vita lo sollecitò a realizzare altre opere. Sempre nuove, sempre di Vermeer. Fu la volta dell’Ultima cena (in due versioni), della testa del Cristo, di Cristo e l’adultera (neppure la più credibile ma che fu ugualmente acquistata da Goering) e della Lavanda dei piedi. Erano sei nuovi Vermeer, tutti accettati dalla critica e uno acquistato finanche da un museo. Erano sei nuove grandi tele (erano di grosse dimensioni, ma stranamente questo non destò alcun dubbio) che avrebbero riscritto la biografia del pittore e che arricchirono a dismisura van Meegeren che in quattro anni, oltre a fare bella vita, acquistò oltre cinquanta immobili di lusso e opere di gran valore, divenendo per investimento anche antiquario. I soldi spesso li nascondeva e cambiava continuamente luogo, fino a dimenticarne.

Cristo e l'adulter di Han van Meegeren (il dipinto acquistato da Goering)

Cristo e l’adulter di Han van Meegeren (il dipinto acquistato da Goering)

La storia ha dell’incredibile, ma a leggerne il finale è ancor più inverosimile.
Alla fine della guerra, nel 1945, Han van Meegeren fu fermato dalla polizia perché si credette che fosse un collaborazionista che avesse favorito il traffico illegale di opere d’arte, nonché simpatizzante dei nazisti.
Per difendersi da tale accusa, van Meegeren confessò il suo operato, al quale nessuno volle credere (da una parte la critica, perché si sarebbe mostrato l’aspetto incompetente agli occhi del mondo; dall’altra le autorità perché non pensavano potesse essere in grado di produrre quelle opere). Fece avviare con le sue deposizioni anche lo studio e le radiografie di quelle opere (cosa che nessuno degli acquirenti e critici ritenne mai di dover fare per accertarne l’attribuzione) che, tranne per una, rivelarono i soggetti originali che van Meegeren aveva pazientemente grattato via. Ma neppure questo fu sufficiente per la corte e gli fu così chiesto di dipingere una nuova opera sotto stretta sorveglianza, per mostrare la fondatezza della sua confessione di paternità. Fu così che nacque la settima falsa opera di Vermeer. Era il Cristo fra i dottori, che testimoniò agli occhi del mondo la grande truffa architettata da quell’artista a cui era stato negato il riconoscimento dell’arte.

van Meegeren dipinge per testimoniare la sua truffa (la tela di Cristo fra i dottori)

van Meegeren dipinge per testimoniare la sua truffa (la tela di Cristo fra i dottori)

Fu dichiarato in bancarotta dal Tribunale di Amsterdam (gli furono chiesti 7 milioni di risarcimento dai vari soggetti truffati) e condannato ad un anno di carcere. Era l’ottobre del 1947 e il processo durò appena 5 ore, la sentenza arrivò nel novembre dello stesso anno. La pena gli fu commutata in detenzione presso una clinica, perché la sua salute destava preoccupazione. Probabilmente sarebbe statua sua intenzione scrivere delle memorie, ma non ne ebbe il tempo, morì nel poche settimane dopo. D’infarto, proprio come Vermeer.

Una fase del processo a van Meegeren (29 ottobre 1947)

Una fase del processo a van Meegeren (29 ottobre 1947)

Questa storia più romanzata di un romanzo (che potrete approfondire in un bel libro che hanno ristampato in versione economica, “La doppia vita di Vermeer” di Luigi Guarnieri) pone -secondo me- in luce due aspetti della critica che stravolgono in valore stesso dell’arte. Innanzitutto è assurdo pensare che solo attraverso la bontà riconosciuta da uno storico, si possa dare valore all’attribuzione di un’opera (a tal fine, vi consiglio un altro bel libro, un piccolo pamphlet “La mamma di Caravaggio è sempre incinta” di Tommaso Montanari), senza passare anche per documentazioni e testimonianze nonché, in fasi finali, ad analisi tecnologiche.
Le valutazioni fatte intorno a quei dipinti, furono molto grossolane, e nessun indizio fu preso veramente in considerazione. Sei dipinti spuntati dal nulla nell’arco di sei anni; il formato sempre più grande delle opere (cosa abbastanza anomala per Vermeer); ma soprattutto ad un’attenta analisi visiva, la connotazione delle figure e le loro fisionomie che oggi ci appaiono veramente risibili.
Poi, mi viene da pensare all’assurdità del mercato economico che attribuisce un valore nell’immediato al solo riconoscimento di attestazione di un’opera. E questo è proprio l’aspetto peggiore che anche oggi condiziona la valutazione dell’arte stessa e il riconoscimento del suo fine e delle sue qualità a prescindere da quello che può essere poi il suo valore economico.

Insomma, l’esperienza e la storia di van Meegeren hanno molto ancora da dire, e non su Vermeer, ma sul mondo che tenta di studiarlo.

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