Gli spot painting e il vuoto dell’arte

Io credo che diventare un marchio di fabbrica sia un momento importante della vita. È il mondo nel quale viviamo. Devi averci a che fare, capirlo e cavalcarlo. Fino a quando non diventi la proiezione di te stesso, non sarai in grado di fare degli altri Damien Hirst. (Damien Hirts)

In questi giorni è stata inaugurata la retrospettiva di Damien Hirst alla Tate Modern di Londra. Hirst è uno dei due/tre artisti che padroneggia il mercato dell’arte. Le sue opere sono sempre al top delle classifiche dei risultati d’asta e averne una in casa (ma è un lusso solo per milionari) rappresenta uno status symbol. Ma una domanda ricorre sovente quando si parla di Hirst. Siamo di fronte all’arte, oppure si tratta solo di una grande e riuscita operazione di marketing?


Qualche giorno fa leggevo su di un quotidiano, l’intervista del critico Julian Spalding (già direttore dei musei di Manchester, Sheffield e Glasgow e quindi non l’ultimo degli esperti!) che parlava del vuoto dell’arte dei nostri tempi e degli interventi di artisti che sono molto distanti dal concetto di arte nel senso del produrre. È noto che Hirst (come Koons, l’altro scalatore delle top ten) possegga una vera e propria fabbrica, al centro di Londra, all’interno della quale vengono prodotte le sue opere. Decine di operai specializzati, guidati dalle indicazioni dell’artista producono senza sosta i lavori quotati milioni di dollari. Basta pensare che di recente si è tenuta un’esposizione internazionale dei noti spot painting, presso le gallerie Gagosian di tutto il mondo; tante mostre inaugurate in contemporanea dove protagonisti assoluti sono stati i puntini (o puntoni) di Hirst, che ad oggi coprono un corpus di oltre 1500 tele dai formati più vari. Pois colorati realizzati con le vernici industriali su fondo bianco tutti equidistanti l’uno dall’altro. Opere che effettivamente, mancano di una vera e propria traccia identificativa e personalizzata. Tanti pois, sottratti dalla quotidianità e divenuti essi stessi opera d’arte.


L’enfant prodige dell’arte britannica, scoperto tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, ha sempre saputo far parlare di se, egregiamente collocandosi esso stesso come artista/protagonista di un mondo dove prevalgono su tutto le regole del mercato (non a caso oggi l’artista vanta un patrimonio personale di 300milioni di dollari). Hirst è noto non solo per gli spot painting, ma per i famosi animali sezionati, su cui troneggia il famoso squalo su cui si sono versati fiumi e fiumi di parole (e finanche un intero saggio artistico). È del 1992, uno squalo in formalina, tagliato in sezioni e immerso in diverse scatole di cristallo. Con l’ausilio della chimica e di un po’ di fortuna, l’artista britannico ha fermato nel tempo l’ultimo istante dell’animale, che avrebbe dovuto restare intatto in quella vetrina dove gli sguardi incuriositi o aborriti dei visitatori di tutto il mondo si sono affacciati. Lo squalo sarebbe dovuto restare inalterato nella sua teca, ma la formalina da sola non è bastata e dopo qualche anno, anche il terrore dei mari è andato in putrescenza, provocando le ire (giustificate, visto il prezzo) dell’acquirente.


Non solo però lo squalo è finito in scatola, Hirst ha confezionato nel suo liquido immortale anche pecore, mucche e vitelli che hanno invaso negli ultimi due decenni le sale dei principali musei del mondo. Ma l’artista non ha mai smesso di stupire. Ha proposto enormi tele ricoperte di farfalle (vere), accumuli e compatti blocchi di vernice nera resi ancora più corposi da centinaia di mosche morte, teste di animali in putrescenza ricoperti di mosche (vive).


In ultimo, nel 2007, realizza l’opera d’arte più costosa mai prodotta al mondo. For the Love of God, un teschio (umano) rivestito in platino ed interamente ricoperto di 8.601 diamanti (per un valore di 14milioni di sterline).


Le opere di Hirst, hanno anche un valore artistico? Era questo il quesito posto dal critico Spalding.
Quello che emerge dalla sua produzione (per chi legge abitualmente d’arte contemporanea) in effetti è lo spropositato valore economico rispetto al valore intrinseco dell’opera stessa. Se per un attimo immaginate che uno Spot Painting, più o meno uguale ad altri 1499, ha un valore medio di uno/due milioni di dollari, il dubbio che tutto si risolva come una operazione puramente commerciale è tutt’altro che fondato. Ma qualora decidiate di voler acquistare uno Spot Painting personalizzato, non disperate, ci sono in giro (e uno è esposto alla Tate) almeno un paio di quei lavori in cui ci sono delle inesattezze o errori. Alla mostra londinese è esposto uno Spot Painting con colature di vernici create dalla pioggia (il dipinto che non piacque a Hirst, fu lasciato provvidenzialmente – visto l’incremento di valore – alle intemperie), ma se proprio non dovesse convincervi, un altro analogo (ancora in giro per il mondo) reca anche gli scarabocchi di uno dei figli dell’artista che volendo imitare il papà si concesse di lavorare proprio su una di quelle tele; incredibilmente, anche questo passaggio, costituisce un surplus di valore sul mercato dell’arte.
Tutto questo sinceramente lascia qualche dubbio più che forte anche in me che di arte vivrei giorno per giorno. E qui introdurrei nuovamente anche il concetto dell’effimero di cui ho parlato qualche tempo fa.
Immaginare che, anche un’interferenza possa costituire un valore aggiunto per incrementare il costo di un’opera d’arte che nasce già come seriale per il lavoro pratico e metodico di un gruppo di operai che produce un numero uguale di tele che vanno ad invadere il mercato è veramente troppo. Un mercato poi, che paradossalmente (e contrariamente alla legge della domanda e dell’offerta) chiede lo stesso prodotto posseduto da tante altre persone, pagandolo ad un prezzo tutt’altro che competitivo. È terminata anche l’era dell’unicità? È terminato il tempo in cui l’opera del genio di un artista assume valore aggiunto dal suo essere un unicum?
L’articolo/denuncia di Spalding terminava con una previsione catastrofica del mercato dell’arte, immaginando che tutto questo rincorrersi di rilanci alle aste, che conducono le opere a prezzi stratosferici, possa prima o poi esplodere. Anche per l’arte insomma è prevedibile l’esplosione della bolla speculativa che ha raggiunto termini e valori fuori da ogni controllo a prescindere dal bene acquistato.

L’arte contemporanea, insomma, continua a balzare agli onori delle cronache e sempre più perché ad un valore economico raggiunto non corrisponde quasi mai più un’opera di altrettanto valore artistico. E dovrebbero pertanto stare attenti i vari collezionisti che pur di essere à la page, comprano lavori ed opere che esulano dal gusto personale riducendo il tutto ad un mero investimento economico. Bene ha fatto il sultano del Qatar, che poco meno di un mese fa, ha acquistato una delle cinque (e dico SOLO cinque) versioni dei “Giocatori di Carte” (1892) di Cezanne pagando la stratosferica cifra di 250milioni di dollari. L’investimento è sicuramente più redditizio, si parla di Cezanne e di una delle opere che ha fatto la storia dell’arte moderna, avviando le basi per l’arte contemporanea, quella stessa che ha dato poi i natali alle imprese di Hirst.

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26 responses to “Gli spot painting e il vuoto dell’arte

  • icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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  • mondidascoprire

    Ti riporto una frase letta su un articolo riguardo l’assenza di gallerie di arte moderna in Italia e dice ciò che rappresenta il mio pensiero sull’arte :(..) la principale preoccupazione dovrebbe essere invece quello di educare la gente al bello attraverso l’arte, dire qualcosa di utile, di esteticamente attraente e significativo per il tempo in cui viviamo.

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    • lois

      Diciamo che non farei tutta terra bruciata; tutta l’arte (e le sue forme sono infinite) va mostrata, quello che andrebbe definito è il giusto valore. Occorrerebbe non propinare ogni volta un gesto qualsiasi per oro colato, solo perché quel tale artista è stato elevato al rango di protagonista da una critica ed un mercato accondiscendente che probabilmente ha perso di vista il valore vero dell’arte.

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  • esercizidipensiero

    più che previsione catastrofica del marcato dell’arte io, la previsione, la estenderei a tutto tondo. ma non è tempo per pessimismi, è troppo presto stamattina e una giornata ci attende. quello che mi colpisce di queste operazioni-fenomeni è la grande presa per i fondelli che ci sta dietro, come se l’artista, consapevole, si guardasse attorno dicendo “è questo che volete? ebbene sia, io ci divento ricco, gli scemi siete voi” a me è sempre parso così, da profanissima quale sono, io che di arte non ci capisco nulla. ti segnalo un librino simpatico di mauro covacich che si chiama più o meno” l’arte contemporanea spiegata a tuo marito” una raccolta di articoli che lui aveva scritto per vanity fair. sempre high quality mauro covacich, leggilo se ti capita. buona giornata caro.

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    • lois

      All’incirca è quello che accade nella vita, con lo star system della televisione e del cinema. Anche l’arte (ma non quella con la A maiuscola) si è ben disposta verso la richiesta del mercato.
      Hai centrato il concetto. Hirst, ha proprio fatto questo (chiamalo scemo). Ha dato al mercato ciò che vuole, arricchendosi oltre ogni dove e oltre ogni idea lontanamente immaginabile. Una testa di mucca sgozzata con le mosche che si affollano sulle sue putrescenze, potrà anche essere considerato un gesto artistico (estremo ed opinabile!), ma non gli si può attribuire un valore economico ed oltretutto inverosimile.
      Avevo intravisto in libreria Covacich e mi ero ripromesso di leggerlo… il mondo dell’arte è di difficile interpretazione, anche per persone che come me lo studiano, si aggiornano e lo vivono.
      Buona giornata a te!

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  • labambinacolpalloncino

    fino ad oggi non sapevo chi fosse e posso tranquillamente continuare a vivere dimenticandomene 😉

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  • hetschaap

    Molto interessante questo post. Lo condivido subito in giro perché apre il discorso a svariate riflessioni. Prima tra tutte (ed è naturalmente una provocazione) il discorso sull’unicità artistica. L’opera d’arte come unicum, come frutto del lavoro di un geniale artigiano è un concetto romantico che proprio col Romanticismo è nato. Se pensiamo all’arte gotica, rinascimentale ma anche su su fino ad arrivare al 600 questo concetto, praticamente, non esisteva. Nelle botteghe degli artisti molto spesso erano gli operai (li chiamo così volutamente, per fare un parallelo con l’industria e con l’arte industriale di Hirst) a produrre l’opera su indicazione dell’artista che interveniva solo in rari e particolari casi se non per mettere la firma. E’ per questo che il campo dell’attribuzione è così difficile proprio perché riconoscere univocamente una mano precisa è quasi impossibile in certi periodi storici. Questo, naturalmente, non significa che l’artista non sapesse dipingere o scolpire e fosse solo un imprenditore ma non siamo neppure tanto distanti da questo concetto. E tutto questo vale, come dicevo, fino al 600/700 basti pensare all’attivissima bottega del Tiepolo che riusciva a produrre decine di tele enormi proprio grazie all’organizzazione della bottega stessa.
    In questo contesto la fabbrica delle opere di Hirst non si differenzia poi molto. Quello che, di sicuro, cambia è il concetto con cui certe opere vengono prodotte. E’ chiaro che la leva economica è valida da sempre (un tempo, non per niente, esistevano i mecenati) ma un discorso è guadagnare con l’arte un altro, ben diverso, è speculare sull’arte. Ed è questo, secondo me, il problema di un artista come Hirst. Non ci sono realmente idee artistiche alla base delle sue creazioni quanto piuttosto la volontà di creare un effetto dirompente sul suo pubblico in virtù di un ritorno economico. E anche questo c’è già stato, in qualche modo, basta pensare all’arte concettuale o al Dada di Duchamp in cui quello che contava era l’effetto che una certa opera produceva sul pubblico più che l’opera stessa (che, in fondo, poteva essere anche un semplice pisciatoio…). La storia (e quella dell’arte in articolare) è fatta di corsi e ricorsi e anche Hirst non sfugge a questa logica.

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    • lois

      Sono pienamente d’accordo con te sul concetto della bottega e sulla presenza del magister (a partire da Giotto, che spesso si limitava a firmare). E convengo anche sull’idea di Duchamp e dei Dada, in minima parte hanno fatto quello che in grande sta facendo Hirst e che solo dopo decenni, la loro arte si è mutata oggi in una traccia storico-artistica di valore immenso rispetto a quanto è accaduto dopo (oggi). Quello che ancora una volta mi ritrovo a ripetere (dopo il post sulla street art) è l’effimero del mercato che conduce l’arte verso operazioni solo commerciali e che a mio avviso alterano il valore stesso della comprensione, soprattutto ai non addetti. Questo è secondo me il vero nocciolo sul quale poter dibattere.
      Grazie per il tuo appoggio, mi fa sempre molto piacere poter disquisire di questi argomenti.
      Buona giornata

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      • hetschaap

        Eh ma pure a me, sai? In ogni caso il concetto di arte e mercato è estremamente complesso. Ne abbiamo già parlato e, sicuramente, ne riparleremo perché è inevitabile che il mercato contamini l’arte mentre, purtroppo, il contrario non succede quasi mai.
        Buona giornata anche a te 🙂

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  • ilmondourladietrolaporta

    Non sono esperta di arte purtroppo, ma credo di poter affermare che Damien Hirts può essere visto come un prodotto dei nostri tempi, di un cultura di massa standardizzata. Nonostante tutto sono l’ultima persona in grado di screditare questo artista. Per ora lo considero personaggio particolare (come lo sono la maggior parte degli artisti) che nelle sue opere cerca di mettere quella che lui considera arte.

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  • bumpyclimb

    Non sono in grado di dare un giudizio critico per mancanza di competenze in merito.
    Personalmente l’arte contemporanea non la capisco. Molte opere al museo del novecento (milano) mi hanno lasciata esterrefatta. Non mi parlano e le opere che hai pubblicato (grazie) nel tuo post mi trasmettono lo stesso silenzio. Ma forse e’ questione di gusti anche se penso che un grande artista dovrebbe essere universalmente riconosciuto o sbaglio? Preferiscono quelle opere, in particolare quadri che mi raccontano o mi fanno immaginare una storia.

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    • lois

      Il discorso in effetti è complesso, e a prescindere dai contenuti e dall’estetica di un’opera de gustibus
      Certo, porsi di fronte ad un’opera di Hirst effettivamente lascia molto perplessi e confusi. L’accezione di arte va estesa oltre ogni limite convenzionale che abbiamo imparato e/o ci hanno insegnato. Ma l’arte è una forma espressiva e come tale interagisce inevitabilmente con tutto quello che la circonda, se poi di fronte all’astuzia del mercato c’è interazione che risponde alle leggi dell’acquisto, sempre più modaiole e meno sentite… allora il gioco è fatto e vedremo ancora sulla scena Hirst, Koons… e compagni sbancare le aste!

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      • bumpyclimb

        Certo a prescindere da tutto anche se, per favore, prova a spiegarmi cosa si prova di fronte ad uno di questi spot painting? Qual e’ il loro significato? Devo avere un gusto troppo classico oppure dovrei aggiornarmi…adesso vado a cercare Koons…..

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      • lois

        Jeff Koons, potrebbe sconvolgerti!! scherzo, buona visione. Poi fammi sapere

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  • bumpyclimb

    Ma dai…che una ex musa ispiratrice…ehm..no, non ci siamo…!!

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  • eglepiediscalzi

    Non sono un’esperta ma al momento l’arte contemporanea è quella che non mi lascia indifferente e mi stimola a pensare anche al futuro.
    Un’artista che ammiro è Marina Abramovic, mi incuriosiscono le ultime esperienze dove lo spettatore diventa anche lui un protagonista dell’opera.

    Riguardo il discorso economico, trovo un paradosso sempre curioso, il fatto che il gesto più inutile e gratuito possa diventare una fonte di denaro così enorme.
    egle

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    • lois

      In effetti è l’arte contemporanea, è l’arte dei nostri giorni e non potrebbe non coinvolgerci (a qualunque livello). Le performances dell’Abramovic sono di piena attualità nell’interazione artista/spettatore, e sicuramente ben oltre il piacere estetico c’è sicuramente un coinvolgimento che crea interazione che quanto meno stimola a pensare. Sul mercato dell’arte poi, la situazione è talmente legata al business che a parte quello, veramente ti viene da pensare che non ci sia null’altro.
      Buona giornata

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  • librini

    Condivido pienamente questo post. Lavorando in un’azienda che produce prodotti di design, vedo spesso passare designer miliardari che si vantano di produrre anche pezzi d’arte, senza però mai definire cosa si intende per arte. Per me, condensando, non si può fare a meno di questi elementi: ricerca/opera diretta dell’artista, e significato/senso. Sarò all’antica, ma la bellezza deve essere collegata al bene, come per i vecchi greci.

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  • librini

    Chiedo a te, approfittando che di arte te ne intendi più di me: su che basi si può definire la fotografia come “opera d’arte”? Io ammetto l’ignoranza: una foto può essere bella ma la ritengo il risultato di una dose elevata di fortuna…

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    • lois

      Innanzitutto grazie del tuo apporto a questo post. Io di arte sono appassionato e prendo tutto quello che ne viene assaporandone ogni espressione. A volte però pur essendone innamorato, mi sento spaesato e non riesco a dare una definizione o semplicemente ad esprimere un giudizio che non sia guidato da una sensazione estetica, che comunque resta alla base delle conoscenza artistica, almeno all’inpunt primigenio, quello del contatto senza la conoscenza. Una cosa è bella perché ci invia un messaggio che ci fa stare bene.
      Sulla fotografia, ti dirò, anche in quel campo c’è molta confusione e anche in quel settore il mercato ha dettato leggi che vanno ad inficiare sul valore stesso della foto. Quello che ti posso dire e che ammiro con grande passione una serie di fotografi del passato. In primis, Cartier Bresson, Doisenau e Tina Modotti (della quale se non erro possiedi nella tua icona un suo scatto). La fotografia deve emozionare, deve renderci partecipi dell’esperienza estetica che è stata fissata nel suo istante immortalato. Le foto di Bresson, hanno proprio la spontaneità del tempo. Un bambino che corre, una bici per strada, un uomo che si ripara dalla pioggia… tutto quello che può accadere quotidianamente accanto a ciascuno di noi e vederlo con un occhio di conoscenza, meraviglia e contemplazione al tempo stesso. Anche tra i contemporanei ci sono molti fotografi che ci rendono la vita più bella. Sicuramente nei tempi contemporanei c’è un’inflazione visiva (ma quello accade progressivamente e parallelamente agli sviluppi della tecnologia) che spesso ci rende “statici” e meno contemplativi; ma a mio avviso, le belle foto, anche in una giungla affollata come la nostra, si lasciano notare.
      Diceva Bresson: È un’illusione che le foto si facciano con la macchina….si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa. E lo credo sincermanete. Ciascuno di noi può fare delle belle foto e renderle memorabili. Certo non passeranno alle aste, ma ci renderanno più belli i ricordi!
      https://assolocorale.wordpress.com/photogallery/

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  • marco

    L’arte contemporanea (ebbe a dire un famoso critico francese cui purtroppo mi sfugge il nome) ha un notevole costo, ma non ha alcun valore.

    Credo di ritrovarmi in questa spietata sintesi sull’arte dei giorni nostri.

    Me ne scuso con gli amanti, ma io mi sono fermato all’arte moderna.

    Probabile conseguenza nefasta dei pittori che ho frequentato, tra i quali mio padre che non ha mai voluto accettare certe sperimentazioni, insomma sono stato plagiato!

    Cosa ben diversa le sperimentazioni di Marcel Duchamp o quelle di Piero Manzoni, il primo per il contesto storico, il secondo per la palese provocazione!

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    • lois

      Io da amante del contemporaneo, dico che l’alterazione è stata fornita proprio da un mercato impazzito che ha allontanato il valore reale dell’opera a favore di un contenuto economico che ne ha alterato anche l’aspetto estetico. L’idea che, uno “spot painting” di Hirst, sporcato dal figlioletto acquista un valore aggiunto e superiore in termini di mercato la dice lunga sulla devastazione in corso!

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