moreamò

Ci sono dei periodi della nostra vita che vengono vissuti con leggerezza; eppure rare volte siamo in grado poi di riconoscerne (seduta stante) veramente quella loro imperturbabile essenza. Spesso l’imperturbabilità citata è propria dell’età giovane, di quando si è adolescenti. Probabilmente perché in quel periodo si concentrano molto di più i momenti liberi e belli con la loro ovattata visione del mondo. Quello che ti interessa è lì, in quello spazio e in quel tempo, e tutto ciò è sufficiente a renderti contento. Sono del passato i miei momenti leggeri e goduti perché tali. Sono stati quelli in cui ho provato un senso di grandezza e di realizzazione che mi ha fatto spalancare le ali verso mondi felici. Quel periodo converge con gli anni anni della scuola. O meglio con l’ultimo anno, quello della maturità. L’anno in cui ti rendi conto che la tua vita è prossima al cambiamento e non più solo simbolico. È il momento in cui cerchi di respirare tutta l’aria possibile ed è il tempo in cui provi a mettere indietro le lancette sperando che quei giorni possano durare e durare ancora tra le risate e gli amici. È in quelle giornate che ritrovo piacevolmente tutta la giocosità e la bellezza della mia gioventù (non che prima o dopo sia stata triste, ma in quei giorni avevo tutta la consapevolezza del suo valore). Moreamò risale a quei giorni.
Quei giorni che furono anche dell’amore, quello giovane e impetuoso, nato tra le pagine di antologia e i banchi di disegno. Era un modo stupido per riconoscersi e per sembrare teneri e grandi allo stesso tempo. C’ero io, c’era lei e tutti gli altri. Eravamo un gruppo compatto pur essendo composto da forti personalità. Ma di fronte alla comunità non c’era individualismo che contasse. Eravamo tutti complici e tutti prossimi a diventare grandi. Poi la maturità arrivò e con essa anche la nostra nuova vita. Fu la diaspora. E dopo un po’ anche Moreamò si dissolse, stendendomi come un pugile a tappeto.
Sono stati quelli i momenti della gioia e della formazione (e non solo scolastica, che pure ricordo con il piacere e i sorrisi degli insegnanti che all’epoca mi sembrarono i più umani mondo), i momenti che ricordo con piacere e qualche volta con un filo di malinconia. Spesso quelle giornate mi ritornano alla memoria e nei discorsi con alcuni di quei protagonisti che poi con me hanno condiviso (quasi quotidianamente) anche gli ultimi venti anni. Persone alle quali non saprei rinunciare.

* * *

Qualche sera fa abbiamo ricostituito un nucleo di quel gruppo. C’era anche Moreamò. C’eravamo noi. Ciascuno con una storia da raccontare. Ognuno con vent’anni di assenza che sembrano durati solo poche ore. Sembrava di essere in una di quelle mattine scanzonate, in uno di quei momenti leggeri. Eravamo consapevoli della specialità di quegli istanti. Eravamo nuovamente noi.

Les enfants qui s’aiment 

Les enfants qui s’aiment s’embrassent debout
Contre les portes de la nuit
Et les passants qui passent les désignent du doigt
Mais les enfants qui s’aiment
Ne sont là pour personne
Et c’est seulement leur ombre
Qui tremble dans la nuit
Excitant la rage des passants
Leur rage, leur mépris, leurs rires et leur envie
Les enfants qui s’aiment ne sont là pour personne
Ils sont ailleurs bien plus loin que la nuit
Bien plus haut que le jour
Dans l’éblouissante clarté de leur premier amour

Jacques Prévert

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