Modi n’est plus maudit

«La vita è un dono dei pochi ai molti di coloro che sanno e che hanno a coloro che non sanno e che non hanno».

Con questa frase di dannunziana memoria, l’artista livornese completa il ritratto di Un disegno che, come tanti racchiude nell’essenzialità grafica l’anima del modello, pochi tratti che ne sintetizzano idealmente tutto l’umano decoro. Amedeo Modigliani le ha saputo infondere la vita, e non come un artifex, bensì come un creatore. Con i suoi pochi necessari segni ha infuso il soffio vitale della creazione. Immagini concrete e stabili, portatrici di una dignità morale che emerge anche nelle figure delle categorie minori. Il “mendicante di Livorno”, “Il  giovane apprendista” e “La cantante di café-concert”, hanno la stessa eleganza e nobiltà dei vari Alexandre, Guillaume e Zborowski. Un’elevatezza d’immagine ed espressione che nasce dalla conoscenza profonda delle malinconie terrene. D’altronde se la felicità è un angelo dal volto severo (com’ebbe a dire lo stesso Modigliani), è probabile che l’aristocratico artista ricercasse la felicità, anche attraverso la sua arte, capace di esplorare lo sguardo e l’anima dei suoi modelli. Ritratti d’umana passione che ancor’oggi a distanza quasi di un secolo, emettono un’orgogliosa forza di esistere. Ciascuno di essi ci è stato tramandato senza corazza. Non sono bastati dei begli abiti per celare di quegli uomini tutta la profondità del loro vivere, Modi ha voluto attraverso essi; mostrarci il desiderio di conoscenza, l’approfondimento sentimentale dei rapporti, il connubio spirituale che anelava tra il pittore e il suo modello.

Si sono susseguiti nel tempo, fiumi e fiumi di parole sulla vita trasandata di Modì (il cui cognome ridotto alla francese ha proprio assonanza con il termine maudit, maledetto), e ogni volta si è cercato di giustificarne atteggiamenti e modi di dipingere. Pertanto si è esaltata la sua figura di scapestrato, ubriaco e riottoso, talvolta snob, individuando nelle sue intemperie l’esasperazione del suo stile pittorico. Si è anche cercato di spiegare i suoi colli allungati e i suoi occhi orbi attraverso l’uso di droghe e dei loro effetti destrutturanti, ma anche quelli non sono bastati. Quello che necessitava fare – e che è stato fatto in questa esposizione -, era far parlare i diretti interessati, loro, i dipinti. Brevi note sulla vita del loro creatore e poche linee indicatrici del loro sviluppo sono bastate ad allontanare una divagazione socio-filosofica troppo lontana dai reali intenti di Modigliani. Nessun filtro degenerante tra noi e l’opera, ma solo un contatto di sensibilità con i ritratti che ci hanno mostrato tutto il loro grande spirito e con esso tutta la sterminata umanità e capacità di un vero artista il cui ruolo dev’essere necessariamente rivalutato al cospetto delle grandi eminenze artistiche dei primi anni del Novecento. Il suo modo di fare arte, ripercorrendo un filo sottile che dal Rinascimento si era insinuato fino al XX secolo gli è stato inizialmente fatale, e, la sua – non piena – aderenza ai canoni compositivi delle avanguardie lo hanno precluso dall’olimpo dei grandi, lasciandolo sempre al gradino inferiore del podio dei grandi artisti del secolo (di cui pure era amico).

A Palazzo Reale di Milano (e precedentemente a Parigi), Amedeo Modigliani ha ritrovato finalmente la sua identità di uomo/artista, le cui vicende personali hanno influenzato la sua arte, ma non ne hanno monopolizzato le scelte stilistiche, che coerentemente hanno percorso il suo breve ma folgorante cammino di meteora, che ha lasciato a noi tutti una testimonianza concreta di quanto altissima e pura può essere la dimensione umana in cerca della felicità, seppure essa debba compromettersi con gli eventi e le malinconie terrene.

 Milano, 23 giugno 2003

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